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lunedì 31 agosto 2009

focaccia all'uva

focaccia all'uva

Secondo voi, quante versioni esisteranno, di questa ricetta? Dieci? Cento? Mille? E, sempre secondo voi, quante versioni ne potrò possedere io, nella incasinata biblioteca culinaria che mi ritrovo, dove eredità di nonne, mamme, suocere e prozie varie si sommano ad acquisti compulsivi e quotidiani? Cinque? Dieci? Trenta?
Beh, quali e quante che siano, sono andata a scegliere quella sbagliata. Per cui, quella che doveva essere una focaccia veloce, da portare agli amici domenica sera, e da non creare troppo scompiglio in una cucina che anela al ritorno della donna di servizio ( quanto mancaaaaa????), si è trasformata in un blob appiccicoso e rivoltante, che si allungava stile piovra praticamente su tutto e che, prima di assumere la forma di un impasto liscio ed omogeneo, come da sacro testo, ha richiesto ripetute ed estenuanti spolverate di farina, con grave danno per l'ambiente e il mio sistema nervoso.
In questi giorni, c'è chi si lamenta degli errori delle riviste di cucina. Io lo faccio da un po', ma senza molto costrutto: perché, se è vero che quando trovo un errore, mi incavolo come una iena, invoco tutto il Gotha della Gastronomia, da nonna papera a Brillat Savarin, piango calde lacrime sulla raccolta di Grand Gourmet, è altrettanto vero che, al primo di ogni mese, sono puntuale in edicola a fare il pieno di tutte le publbicazioni che offre il mercato, supplementi compresi. Salvo poi incappare nel dosaggio sbagliato, e ripetere la scena dall'inizio, fra promesse che "basta, mai più, non avrete i miei soldi" e inevitabili crisi di astinenza, che si estinguono sul bancone del giornalaio.
In attesa che si trovi una cura anche per me, eccovi questa rustica focaccia all'uva, uno scrigno di pasta di pane leggermente oliata, che racchiude un ripieno di chicchi d'uva, perfetta per concludere uno degli ultimi pic nic in campagna o una serata informale con gli amici. a patto che le dosi siano giuste, però....

FOCACCIA ALL'UVA



focaccia all'uva

500 g di farina ( meglio se 250 manitoba e 250 00)
25 g di lievito di birra
200 ml di acqua
1 cucchiaio d'olio
un grappolo di uva nera
un grappolo di uva verde
zucchero di canna per spolverare
1 cucchiaio di zucchero
un pizzico di sale

Il procedimento è semplicissimo: si fa sciogliere il lievito sbriciolato in 100 ml di acqua tiepida e un cucchiaio di zucchero, si copre il recipiente e si lascia lì, meglio se in un luogo tiepido, per una decina di minuti. Quando il lievito comincia a formare delle bolle in superficie si aggiunge la farina e si comincia ad impastare, aggiungendo il cucchiaio d'olio e l'acqua un po' alla volta, fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo. Le dosi dell'acqua sono indicative, perché dipendono dal grado di assorbimento della farina: nel mio caso, 200 ml sono stati sufficienti per avere un impasto molto morbido. Lasciate lievitare fino al raddoppio, poi smontare l'impasto, aggiungere il sale e, con l'aiuto del mattarello , stenderlo in due rettangoli sottili, di dimensioni simili (dovranno sovrapporsi). Spolverizzate il primo rettangolo con dello zucchero di canna e disponetevi tanti acini d'uva: io, che sono un po' malata di perfezionismo, li ho aperti tutt in due per togliere i semi, ma non è indispensabile che lo facciate anche voi. Invece, è importante lasciare liberi 2 cm dai bordi. Coprite con l'altro rettangolo di pasta, sigillate bene i bordi con le mani e disponete gli altri acini d'uva sulla sueprficie, premendo con delicatezza per infilarli bene nell'impasto. Altra spolverata di zucchero di canna e in forno caldo a 200 gradi per 40 minuti .
Appena sfornata, potete lucidare la superficie spalmandola con un pezzetto di burro.
Semplice, leggera, genuina e di stagione: ci credete, se vi dico che è finita in un attimo???
buon appetito
Alessandra

Salmone "Jean Pierre e Paul Haeberlin"

Grand Gourmet è stata di gran lunga la migliore di tutte le riviste di gastronomia che siano apparse sul mercato editoriale italiano in questi ultimi vent'anni. E, come spesso accade con i prodotti di alta qualità, oggi ci tocca rimpiangerla: in edicola non c'è nulla, a mio parere, che possa anche solo lontanamente eguagliare il livello di quegli articoli, il respiro internazionale, la compteenza sicura, senza mai essere pedante e, soprattutto, l'avanguardia di allora, che è attualità oggi. Sfogliare quelle pagine è, ogni volta, una scoperta, un arricchimento e un tributo costante a quei - veri- Maestri della gastronomia che, senza bisogno di riflettori accesi su di loro, hanno davvero imposto svolte radicali e radicate a certe tendenze, anticipando tempi ed imponendo stili che perdurano attuali ancor oggi. La ricetta del Chi la fa? di questa settimana deriva proprio da uno dei primi numeri di questa rivista- quando la copertina era ancora rigida e l'uscita trimestrale- e ne rispecchia appieno la raffinatezza, lo stile e la classe

Salmone "Jean Pierre e Paul Haeberlin"
(da Grand Gourmet, numero 11, p. 55)


per 4 persone
4 trance di salmone fresco del peso di circa 100 g ciascuna
una carota
una piccola cpolla
un rametto di sedano e uno di dragoncello
alcune foglie di prezzemolo
alcuni funghi champignons
30 g di pepe verde in grani
un cucchiaio di farina bianca
1/2 litro di panna
30 g di burro
2 bicchieri di vino bianco secco
sale e pepe bianco macinato al momento

Fate rosolare nel burro a fuoco dolce, in una casseruola di rame stagnato o di acciaio, il sedano, la carota, la cipolla e i funghi grossolanamente tagliati, il rametto di dragoncello e i 30 g di pepe verde per 3 minuti circa. Quando le verdure saranno leggermente scottate, aggiungete la farina, un bicchiere e mezzo di vino bianco e fate ridurre il liquido, sempre a fuoco dolce, della metà. Aggiungete la panna e aggiustate di sale e di pepe. Passare la salsa ad un setaccio fine e tenerla in caldo. Disporre le trance di salmone salate e pepate in una pirofila da forno imburrata; spruzzarle con mezzo bicchiere di vino bianco e ricoprire il recipiente con carta di alluminio. Cuocere al forno a 150 gradi per 5 minuti circa. Disporre infine le trance di salmone, appena estratte dal forno, in piatti individuali ben caldi, ricoprire con la salsa e guarnirle con le foglie di prezzemolo. Servire subito
Chi la fa? Lo aspetto.....
Alessandra&Daniela

domenica 30 agosto 2009

I limoni di Monterosso ....al sale

Di Daniela

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In quest'angolo di mondo le verdure e la frutta hanno sempre un sapore un po' diverso da quelle che compri quando sei in città.... sarà perchè sono maturate al sole , sarà che la terra riarsa dal salino è più generosa che in altri luoghi, sarà quel che sarà, ma quando a Monterosso mangi un pomodoro o tagli un limone, non puoi fare a meno di rimanere inebriato dal profumo, prima ancora che dal sapore...... Sembrano provenire dal tuo giardino o dal tuo orto e se ne accorgono perfino i ragazzini e i bimbi che a volte, al ritorno in città, ti chiedono se quello che stanno mangiando , per caso, non è un pomodoro "finto", che nel loro gergo vuol dire con un sapore banale - banale.....
Qui il limone poi è un trionfo: è una coltura antichissima . La produzione di questi piccoli soli gialli è nota già nel 1300, dopo l'arrivo dei Genovesi, che per monterosso e la sua terra avevano lungamente combattuto con i pisani: si parla già allora nei documenti , della costruzione dei famosi muretti a secco, per permettere la coltivazione sulla zona costiera di viti e limoni. C'è anche una sagra, ogni anno, che li celebra, intorno alla metà di maggio, e che richiama molti visitatori : questo era il divertente logo della locandina che la annunciava nel 2009 .
Il sole e il mare, insomma, sanno fare miracoli con profumi e sapori.....
Così quando pochi giorni fa mi è venuta tra le mani una picola pubblicazione sulle conserve della Mondadori del luglio 2009, non ho potuto resistere e mi sono immediatamente lanciata nella produzione di questa goduriosa ricetta, che viene descritta come tipica della cucina marocchina, dove viene usata per rendere più gustose tajine e zuppe, che può sostituire la buccia di limone in tutte le ricette , ovviamente salate, che la prevedano....
Si tratta dei
LIMONI ( di Monterosso) AL SALE

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La ricetta prevede
  • 1 kg di limoni non trattati
  • 120 gr di sale grosso
  • alloro
  • pepe nero in grani

monterosso 390

Semplicissima l'esecuzione: lavate accuratamente i limoni, che dovrebbero essere non trattati come i miei, e taliateli in 4 spicchi senza però dividerli completamente, lasciandoli uniti alla base.
Mettete in ogni taglio un po' dei 120gr di sale grosso e poi sistemate i limoni in un vaso che avrete sterilizzato e asciugato perfettamente, schiacciandoli bene e mettendo fra l'uno e l'altro 1 foglia di alloro, un po' del sale rimasto e qualche grano di pepe nero.
Trovate ora un peso adeguato per tenere ben premuti i limoni , coprite il tutto e tenete per una intera notte al fresco. Il mio librino consiglia di mettere un piatto abbastanza piccolo da entrare nel vaso e sopra il piattino un bel peso. Io ho fatto come per le acciughe sotto sale: un bel sasso di spiaggia lavato e bollito a lungo che schiaccia il tutto.... Oppure una bottiglietta di vetro , sterilizzata anche lei e riempita d'acqua.... Il tutto coperto da pellicola trasparente e poi in frigo per una notte ; vedete voi cosa vi viene meglio per una questione di dimensioni e spazio.
La mattina successiva togliete il peso, chiudete il barattolo e aspettate una 20ina di giorni prima di utilizzarli .
Come vi dicevo il librino parla di utilizzo con "insalate, couscous, salse, carni stufate o pesci al forno" insomma ogni volta vi serve qualcosa di aromatico e profumato. Suggerisce anche, nel caso desideriate un sapore meno forte, di lavare la fettina di limone prima di utilizzarla. Ovviamente se il limone è particolarmente profumato o succoso, vale proprio la pena di provare a conservarne il profumo .....
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Vorrei a questo punto darvi un piccolo suggerimento extra. Alessandra ieri vi ha raccontato di fichi caramellati in una splendida ricetta (io non avevo rum e ho utilizzato il cognac e in più i miei fichi erano verdi: sono venuti buonissimi lo stesso)...... nel caso aveste dubbi su come utilizzarli , vorrei proprio consigliarvi di provarli con una sofficissima e delicata ricotta di Brugnato, se siete da qualche parte nella riviera di levante o comunque con un formaggio fresco o semi stagionato ......
Una goduria assicurata!!!!

monterosso 356
Buon appetito

Daniela

sabato 29 agosto 2009

Conserva di fichi caramellati alla cannella

fichi caramellati m


...Ora, cosa mi è girato di tirar fuori la Nonna Papera, io proprio non lo so. Quello che, so, invece, è che ho innescato una reazione a catena di amarcord, fra quelli miei personali e quelli sollecitati dall'esterno, che mi hanno messo una malinconia addosso da non crederci. E' da ieri che è tutto un riaffiorare di ricordi , di rimpianti, di nostaglie velate e di vuoti devastanti, per anni perduti, occasioni sprecate, persone troppo amate per potersi illudere che basti una manciata di anni per lenire il dolore della loro assenza.
E' andata che mi son messa a cucinare- in barba ai 35 gradi della mia cucina, all'aria pregna di umidità di questa fine estate che appesantisce ogni respiro, alla stanchezza di una giornata piena e alle fughe sui balconi del marito e della creatura, che tutto avrebbero potuto sopportare, ma il forno acceso, ti prego no.
Ho acceso il forno, ho pesato zuccheri e farine, sorvegliato lievitazioni e dato forme alla mia tristezza. E quando ho finito, ho preparato una conserva- io che non tengo mai niente, che butto via tutto, che passo attraverso persone e cose in un anelito costante al domani, al futuro, al nuovo e al dietro l'angolo, ho messo via un po' di sapori di questa stagione: il dolce dei fichi, l'amarognolo del caramello, l'intrigante della cannella, l'effimero del rum, e qualche goccia di malinconia.



CONSERVA DI FICHI CARAMELLATI ALLA CANNELLA
( liberamente ispirata a Conserve dolci e Salate- Il Meglio di Sale&Pepe)

fichi caramellati m

Per un chilo di fichi, occorrono
500 g di zucchero ( preferibilmente di canna)
100 ml di rum
la scorza grattugiata di un limone e di un'arancia
2 stecche di cannella ( o un cucchiaino abbondante)

fichi caramellati m

Scegliere fichi piccoli e sodi, meglio se neri . Pulirli bene e togliere il picciolo, senza sbucciarli. Metterli poi in una casseruola dal bordo basso e dal fondo spesso, ampia, tanto da poterli contenere tutti, uno vicino all'altro, in piedi, e cospargerli con lo zucchero. Irrorare con il rum e lasciar macerare per minimo due ore. ( una notte intera, sarebbe meglio- io non l'ho fatto e son venuti buoni già così, figuriamoci con un riposo più lungo)
Mettere poi la casseruola sul fuoco, meglio se sulla piastra, o sennò sulla fiamma coperta dallo spargi fiamma, in modo da assicurare una cottura più uniforme. Aggiungere la cannella e la scorza degli agrumi grattugiata e far cuocere a fiamma bassissima, fino a quando lo zucchero si sarà completamente sciolto. Vi ci vorrà circa un'oretta. Teoricamente, dovreste muovere un po' i fichi, in modo che si impregnino bene dello sciroppo: qualcuno scuote leggermente la pentola, io uso un cucchiaio di legno, piccolo, in modo da non bucarne la superficie. Procedete comunque con cautela
Trascorso questo tempo, sorvegliate con attenzione la cottura, per evitare che lo zucchero caramelli troppo. Calcolate, indicativamente, ancora un quarto d'ora: quando si è formato uno sciroppo molto denso, sono pronti.
Invasate, disponendo nei barattoli prima i frutti e coprendo poi con il caramello: non è indispensabile procedere immediatamente, potete lasciar leggermente raffreddare il composto. Chiudete bene i barattoli ( io ho usato quelli della Bonne Maman, me ne sono venuti 5) e lasciate raffreddare a testa in giù. Conservare in luogo fresco e buio, per massimo tre mesi ( alzi la mano chi ci riesce...)
Buon fine settimana
Alessandra


venerdì 28 agosto 2009

Crostata di fichi

crostata di fichi di nonna papera m


Sta per uscire anche in Germania il film più atteso da tutte le food blogger e gli amanti della cucina, quel Julia and Julie che si annuncia sin d'ora come il campione di incassi del prossimo autunno. La storia ci è già stata anticipata alla grande da Sara, che, vivendo dall'altra parte del mondo, gode di tutte le anteprime: e così, quando, l'altro giorno, facendo zapping nell'hotel di Lubecca, mi sono imbattuta nei trailers e nei servizi che ne anticipavano l'uscita, ero già preparatissima.
"Vedi???", dicevo a mio marito "è questo il film della food blogger fallita che ha deciso di riscattarsi provando ogni giorno una ricetta del libro di Julia Child... e come sarebbe a dire, chi è Julia Child... ma è la Merryl Streep, non vedi, che interpreta questa signora qui che negli anni Sessanta ha raccolto tutte le ricette della cucina francese e per gli Americani è un mito, capisci, e nel film si procede in parallelo, di qui la Streep che fa la Julia, di lì la Julie che non so come si chiami per davvero, ma che fa la food blogger e si inventa questa ideona qui per diventare famosa e..."
... A questo punto mi sono fermata, folgorata da un'illuminazione. E mi sono immaginata la schiera di food blogger del mondo che, all'indomani dell'uscita del film, galvanizzate dalla storia, si lanceranno nella corsa al tomo più rappresentativo della cucina dei loro Paesi, per ripetere l'impresa della protagonista. Ed è stato allora, che ho deciso che, appena tornata a Genova, la parola d'ordine sarebbe stata "azione": perché non ci saremmo potute lasciar scappare l'opera più significativa che mai sia stata scritta nella storia della gastronomia mondiale, la summa di tutti i saperi culinari, scritta dall'unica, grande icona della cucina occidentale, la vera antesignana dei food blog e la sola capace di far sbavare intere generazioni di uomini e donne, di nonni e nipotini, passando per zii sfigati e cugini fortunati, inossidabile al passare dei tempi ed ai mutamenti delle mode, come si conviene ai veri capolavori............

manuale di nonna papera m

IL MANUALE DI NONNA PAPERA!!!!!

posseduto da entrambe le autrici di questo blog nella prima edizione, al costo di ben 1500 lire, rigorosamente sgarruppato, con segni di ditate, disegnini ai margini, dediche dal vago restrogusto di una minaccia ( Ad Alessandra, nel giorno del suo compleanno, perché diventi come Lei), ben in vista sugli scaffali delle librerie, con a destra l'Escoffier e a sinistra il Manuale delle Giovani Marmotte.
Riprenderlo in mano è stato un amarcord mica da ridere ( ve lo ricordate Il Grog dello spiffero??? E i Pettegolezzi storici?) e, alla fine, mi è venuta una voglia matta di preparare una di quelle torte su cui, da bambina, sognavo per ore, immaginando gusti e profumi e perdendomi, già allora, in quella che negli anni diventerà una delle tante mie debolezze- la passione per i ripieni ricchi e morbidi.
Ne è venuta fuori questa cosa qua


CROSTATA DI FICHI DI NONNA PAPERA

crostata di fichi di nonna papera m

che unisce il ripieno della tarte al limone e cocco ( senza cocco e alleggerita di limone) con l'ultima produzione del nostro orto anarchico...

fichi m

ingredienti
per una tortiera del diametro di 26/ 28 cm
pasta frolla ( la mia ricetta standard è la solita: 300 g di farina, 200 di burro, 100 di zucchero, 1 tuorlo e la scorza grattugiata di un limone)
6 fichi grossi- oppure 8 piccoli
175 g di burro ( io ne ho messi 150)
175 g di zucchero
3 uova
scorza grattugiata di limone, q.b.
zucchero a velo

imburrate bene uno stampo da crostate, meglio se col fondo rimovibile e stendetevi sopra la frolla. Mettete in frigo per un'oretta.
Sbucciate i fichi e divideteli in 4 spicchi che disporrete sul fondo della torta, a crudo.
Montate bene le uova con lo zucchero, fino ad ottenere un impasto soffice e spumoso. Poi, aggiungete il burro fuso e fatto intiepidire, sempre montando con le fruste elettriche. Aggiungete un po' di scorza di limone ( nella ricetta originale non c'è, ma avevo bisogno di qualcosa che rafforzasse un po' il sapore della crema) e versate tutto nel guscio di frolla, sopra i fichi.
In forno a 180 gradi per 30 minuti, coprendo la superficie con un foglio di alluminio, nel caso dovesse scurire. Togliere dal forno, ricoprire la superficie con zucchero a velo e ri-infornare per altri 10-15 minuti: si formerà una crosticina sottile, che ricorda molto da vicino il "guscio chiuso" delle torte della Nonna, ma molto più sottile e più facile al taglio.
Assolutamente da provare.
Questa ricetta partecipa al contest di Spizzichi & Bocconi "Non solo prosciutto e fichi"
Buon appetito
alessandra

giovedì 27 agosto 2009

L' insalata di mele, pinoli e noci e la Val Genova

Di Daniela

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Se vi trovaste nel parco naturale Adamello - Brenta, potreste fare un salto a vedere la bellissima Val Genova. Per ciò che mi riguarda unpo' di curiosità me l'ha creata ancheil nome , che per ovvi motivi , mi pareva familiare e gradevole.... anche se mi hanno spiegato che non se ne conosce esattamente l'origine... La valle è un profondo solco glaciale percorso dal fiume Sarca, che si inoltra per 17 chilometri tra Adamello e Presanella, fino a malga Bedole a 1500 m. Devo dire che in montagna ciò che forse più mi piace è la presenza costante e rilassante del verde, coniugato in ogni possibile sfumatura e tono , e la straordinaria e vivificante presenza dell'acqua. E qui i due elementi favoriti non mancano certo!
Visto che , infatti, è di origine glaciale questa valle ha pareti strette e versanti ripidi , coperti di una fantastica vegetazione e mi ha affascinato anche l'abbondanza di acqua con le sue cascate, che precipitano dai tipici scalini glaciali detti "scale". Si possono fare passeggiate bellissime e l'ombra degli alberi , per quanto caldo possa fare offre sempre un rifugio "rinfrescante".

La prima che si incontra, la più famosa, formata dal torrente Nardis,

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dal quale prende il nome, discende dalla Presanella con un salto di ben 130 m., ci sono poi quella di Casòl, Lares, di Folgorìda e molte altre.
Nel fondovalle il torrente Sarca che riceve le acque di tutte queste cascate, forma spettacolari salti d'acqua

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Guardando sopra il torrente che scorre verso valle, con alle spalle la cascata di Nardis, si può ammirare sullo sfondo il massiccio del Brenta col suo colore rosato........spettacolo indimenticabile.

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Passeggiando nella Valle, un certo appetito, in effetti viene . Allora , per rimediare, si può ordinare una gustosissima insalata di mele che ho rielaborato a modo mio , non avendo il preciso dosaggio degli ingradienti dello chef che l'ha preparata per noi. Quindi la chiameremo

INSALATA DI MELE E NOCI E PINOLI A MODO MIO

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Per 2 persone
  • 2 mele preferibilmente Melinda Della Val di Non
  • 3 noci
  • Una manciate di pinoli
  • Una fetta di formaggio tagliata a dadi piuttosto grossi (essendo una ricetta di montagna sarebbe meglio un formaggio di malga, ma va benissimo anche un formaggio che si possa tagliare a dadi, tipo gruviera, o gruyère se preferite, basta che sia saporito)
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Sbucciate la mela e tagliatela a pezzetti piuttosto piccoli, ma non troppo, unite una manciatina di pinoli, spezzettate la noce e unite la dadolata di formaggio. Mescolate bene e condite con un filo di panna fresca, tanto per amalgamare il tutto.
Una volta pronta, la potete mettere in frigo per qualche tempo e mangiarla quando è fredda.
Vorrei aggiungere un consiglio: se la preferite a temperatura ambiente, invece, e la mangiate appena preparata, potreste fondere qualche dadino di formaggio e versarlo appena fuso, sull'insalata.... aggiunge un tocco delizioso al tutto!!! ah, è perfetta in accompagnamento a spek o a salumi in generale.....

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Buon appetito a tutti


Daniela

martedì 25 agosto 2009

calais

di nuovo a casa- e il giochino di ornella....

di Alessandra

http://ammodomio.blogspot.com/2009/08/il-mio-giochino-dellestate-i-premi-e-un.html


...che poi io vorrei sapere com'è che ci vogliono almeno quindici giorni per risintonizzarsi con il creato, per riappropriarsi di ritmi di vita normali, per ricominciare a godere del sole, del mare, del cibo e della gente e poi bastano solo dodici dannatissime ore per ripiombare nelle stesse condizioni di prima, quando anelavi alla vacanza per smaltire stress e tossine e isterie varie e rinviavi alle fatidiche "due settimane dopo" tutte le rogne per smaltire le quali ci volevano concentrazione e lucidità.
Sono tornata, si è capito???? E pure con un diavolo per capello, si è capito anche questo, o no??? Il problema, sia chiaro, non è che son finite le vacanze: quello è nell'ordine delle cose, sono già stra fortunata a potermele fare e, se proprio devo dirla tutta, se non ho qualcosa su cui lavorare, io dopo un po' mi annoio ed inizio ad anelare alla scrivania, in qualsiasi parte del mondo mi trovi. A patto che, però, mi ci possa trasferire col teletrasporto. Perché a me il ritorno mi uccide, giuro: a cominciare dalle code all'aereoporto ( com'è che all'andata durano di meno????), passando per gli imprevisti dell'arrivo (stavolta, è toccato al finestrino della macchina, finito nei bassifondi della portiera dove ancora giace immobile, dopo 200 km con le chiome al vento) e finendo con il crescendo delle lavatrici. Stavolta, me ne sono toccate tre- il che significa tre ore di stiraggio, domani, con 'sto caldo- e, insomma, per farla breve, sono di nuovo stressata come prima.
Meno male che c'è il blog. E il forum di CI. E le amiche "virtuali" a cui far visita, per vedere come stanno e che cosa hanno tirato fuori dal cilindro della loro fantasia in questi giorni in cui tu non c'eri. Ma prima, però, c'è il giochino di Ornella, che ho sempre rimandato ,ufficialmente perché oberata dai preparativi della partenza e ufficiosamente perché presagivo che l'umore del ritorno sarebbe stato dei più cupi e che pertanto ci sarebbe voluto qualcosa di "forte" per tirarmi un po' su. E visto che il momento è propizio, sarà meglio cominciare...




A dire la verità, c'era un altro motivo che mi tratteneva dal pubblicare questi risultati, molto più imbarazzante dei precedenti: vale a dire, la tendenza inequivocabile registrata dai contatti sui motori di ricerca a virare verso argomenti delicati, per non dire scabrosi, per non dire un po' spinti, o addirittura un po'-porno, tanto per parafrasare il raccapricciante ritornello dell'altrettanto raccapricciante canzonetta di qualche tempo fa. E vi lascio immaginare le espressioni che comparivano sul volto della Dani e mio, ad ogni controllo dei suddetti contatti, quando, in mezzo a "marmellate di albicoccche" e " torte di mirtilli" comparivano riferimenti espliciti a questioni che, anziché in cucina, si sarebbero dovute trattare meglio in camera da letto.
La colpa, sia chiaro, è di mia suocera: perché se non avesse avuto la brillante idea di preparare questo tripudio dei sensi che ri-vedete nella foto, mai io mi sarei sognata di ribattezzarlo con l'unico nome che gli si adattava alla perfezione. Che non era semifreddo, nè parfait, nè mattonella, nè altro, ma solo e semplicemente una goduriosa e superba porcata. Nacque così "la porcata di mia suocera" - e da lì iniziarono i primi contatti per così dire anomali, che oltre a far arrossire due pubibonde signore, svelarono retroscena fino ad allora inimmaginabili: si parte dal piano dell'innocenza ("foto di mia suocera") per salire via via a quello della sana incavolatura ("che porcata mi ha fatto mia suocera"), fino a strabordare in un illecito che davvero offre spaccati inquietanti sulle relazioni inter parentali italiane: qualcuno è interessato a "porcate con suocera" tout court, qualcun altro è più preciso ( "porcate a letto con suocera"), qualcuno si lascia andare a drammatiche confessioni ( "mi sono fatto mia suocera"), mentre altri hanno un approccio per così dire ecumenico al problema ("porcate con la zia"), in contrasto con condotte rigorosamente improntate all'ortodossia ("porcate solo con mia suocera"). Il clou, però, si è toccato con la ricerca del "video di mia suocera in calore" e il clou dei clou, dovuto ad una commistione con il post su Le ceneri di Angela, con l'angosciosa richiesta delle "ceneri della suocera usate per cucinare": e va bene che siamo un blog di cucina, ma fin qui non ci eravamo ancora spinte...
"Be', però te la sei andata a cercare", potreste obiettare, riferendovi al titolo del post incriminato. Ammesso e non concesso che abbiate ragione (per inciso, da quel momento in poi, tutti i post successivi sono stati intitolati con il nome della ricetta eseguita o del libro trattato, con un grave vulnus alla mia creatività), mi spiegate voi che cosa c'è di male, in un blog di cucina, a parlare di piselli????? Anzi, a me l'hummus di piselli sembrava oltretutto una preparazione con tutte le carte in regola per finire in un blog: facile, originale, veloce e fotogenica. Mai, giuro, mai, avrei immaginato che quella pagina diventasse il terreno di ricerca per botanici con aspirazioni da Guinness dei primati, che prima si interrogano sul sesso dei bacelli ("i piselli sono maschi o femmine?"), e poi, una volta appurato che è buona la prima ("piselli maschili meglio dei femminili"), passanno subito alla vexata quaestio, ricercando nell'ordine, dopo aver scartato i "piselli non riusciti", i "piselli lunghi," , i "piselli più lunghi", fino ad arrivare ai "piselli più lunghi di tutto il mondo" ....
L'aver proposto alcune ricette con la lavanda ci ha trasformati nella succursale di un ambulatorio medico: si va dalla "lavanda dei piedi", di sapore evangelico, con tanto di richieste di prescrizioni ( "come farla?" " il bicarbonato, ci va?", " fa bene ai calli?"), fino ad un elenco interminabile di disturbi e di consigli , che , dall'apparente facilità di domande come "il caffè freddo fa male?" o effetti della indigestione di gelato" , passano rapidamente a questioni più astruse, come "l'eritema da melanzane" o "il mal di testa da fregola".
L'accenno a due gemelli nel diario di viaggio in sicilia ha prodotto una ricerca di nascite miracolose: anche qui, si inizia piano, con l'interrogarsi su "parti gemellari nell'agrigentino" o "nell'ennese", per poi sconfinare nel novero delle nascite mostruose, con un'inquietante ricerca di una "figlia alla nocciola" che onestamente mai ricordo di aver trovato, neppure ai tempi dell'esame di antropologia all'università.
Sul fronte del turismo, invece, San Vito Lo Capo la fa da padrone- nel senso che ci chiedono di tutto, dal come arrivarci ( "quanti chilometri da via burano a palermo fino a san vito lo capo?"), a dove mangiare ( "menu turistico a san vito lo capo a poco ma che si mangia bene"), per poi partire con la solita raffica di domande di senso : "quanto fredda è l'acqua a San Vito Lo Capo?" "negozi di scarpe a San Vito Lo Capo?" " lo scirocco è fastidioso, a San Vito lo Capo?" " trattore (??? trattorie, forse..) a buon mercato, a San Vito Lo Capo" , fino ad altre, che aprono prospettive escatologiche mica da ridere, su cui svetta un "viaggio da San Vito Lo Capo a Padre Pio" che lascerebbe supporre contatti oltre mondani, su cui è meglio non interrogarsi oltre.
Chiudo con una citazione anonima, ma di una persona che certamente mi conosce benissimo ("Alessandra è una cuoca provetta ed è anche bellissima- e guai a chi pensa di fare un giochino bis, del tipo " ma chi è questa alessandra?- raravis, no, è escluso"" perché io non partecipo, sia chiaro) e con un appello: chi ha cercato, invano, da noi " come mettere in ordine gli armadi in poco tempo e per sempre", qualora abbia trovato la risposta, è pregato di contattare urgentemente la sottoscritta: offro, in cambio, un "elenco di parolacce catalane", " il segreto di come togliere il becco e gli occhi ai moscardini" e, chicca delle chicche, il reportage del "viaggio in sicilia di Felipe e Letizia", magari corredato da "ricette tipiche spagnole, in lingua spagnola", visto che quella, qui sopra, la parliamo benissimo...
alla prossima
Alessandra

sughetto olive e zucchine

Di Daniela

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Allora, noi abbiamo aspettato, aspettato, aspettato.... ci avevano detto che sarebbero arrivati temporali e avrebbero rinfrescato l'aria, avrebbero abbassato di un bel po' le temperature e avrebbero portato refrigerio a tutti.... e invece, come spesso succede da queste parti, abbiamo avuto le nostre belle nuvolone, i mitici cirro cumuli o cumulo nembi, mi confondo sempre, prima color panna montata e poi più scuri ...... e poi lampi tuoni fulmini e saette, ma di pioggia neppure l'ombra per la verità....Insomma , parafrasando il grande Bardo,"molto rumore per nulla" !!! e quindi ancora ci affidiamo alla leggera tramontana serale e al mare sempre splendido per riprenderci dalla calura delle giornate assolate e terse.
Di qui, lo confesso lo scarso entusiasmo per forni e fornelli che tutto sommato , come tutti , cerco di accendere proprio per pochissimo tempo.
Quindi via all'industriosa attività del trovare sughetti che richiedano poco fuoco, visto che le ragazze a mezzogiorno un po' di pasta, dopo ore di bagno in mare, la desiderano spesso....
Ecco l'ultima, assaggiata ieri, che a loro è piaciuta ed è veramente velocissima da fare

SUGHETTO CON OLIVE, ZUCCCHINI E CIPOLLE ROSSE.

monterosso 273
Per 6 persone
  • 10 zucchine
  • 1 bottiglia di passata di pomodoro
  • 1 cipolla rossa meglio se di Tropea
  • 4 cucchiai di olive nere
  • olio e.v.o
  • sale e pepe
  • 7 -8 foglioline di basilico
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Pulite la cipolla, tagliatela a fettine e mettetela in una capace padella con un po' di olio e.v.o. pulite anche le zucchine, tagliatele a rondelle e aggiungetele appena pronte alle cipolle. Fate cuocere e intanto a parte preparate un sugo rosso leggero con qualche fogliolina di basilico un filo d'olio sale, pepe e una puntina di zucchero. Cuocete per una decina di minuti contemporaneamente a zucchini e cipolle. Passato questo tempo unite il pomodoro alle zucchine, mettete anche le olive, fate cuocere pere pochi minutio e togliete dal fuoco e aggiungete anche le rimanenti foglioline di basilico come decorazione e per profumare ancora di più il piatto.
Cuocete la vostra pasta preferita, a me piace con quella corta tipo penne, e appena cotta, conditela con abbondante sughetto.
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Veloce, profumato, semplicissimo e gustoso........

Buon appetito e a presto

Daniela

lunedì 24 agosto 2009

Souffle Glacèe al Bourbon-vaniglia e pepe nero con salsa calda di mirtilli

soufflè glacée al bourbon e pepe nero



Questa è la classica ricetta da massimo risultato col minimo sforzo, fatte ovvimanete le debite proporzioni, nel senso che sempre di soufflè si tratta- e stavolta pure di Ernst Knamm Però, tanto per recuperare un po' di motivazioni, è un soufflè per modo di dire, perché non prevede la cottura- e quindi, neanche l'ammosciamento (ok, lo so che avrei dovuto metterci un sostantivo in mezzo, tipo "il rischio di", "l'eventualità del", ma alzi la mano quello a cui mai nella vita gli si è ammosciato un soufflè..); in più, essendoci di mezzo un genio come l'autore di cotanta meraviglia, il successo è praticamente assicurato. Detto da una che, a parte l'amore viscerale che nutre verso quel gran pezzo di figli..ops, quel grande artista della pasticceria che è appunto Knam, nella pasticceria si muove sempre con la stessa disinvoltura che su un plateau di uova. Il che, fuori metafora, significa una cosa sola: se è riuscito a me.....

Di seguito, la ricetta, in corsivo le mie modifiche
Soufflè glacè di whisky bourbon con composta calda di mirtilli ( da E. Knam, Soufflè, Idea Libri editore)

per 4 persone (a me, ne son venuti 8 - ho usato gli stampini della cucki, riempiti per tre quarti...)

4 tuorli
20 g di zucchero
100 g di whisky bourbon ( ecco: onestamente, è un po'tanto. A parte le amenità connesse ala prova palloncino, per cui vi ritirano la patente per tutta la vita, a voi e ance ai vostri familiari, buon peso, copre troppo tutto il resto: dmezzate le dosi e semmai assaggiate in corso d'opera: ad aggiungere, c'è sempre tempo)
100 g di panna montata ( 150 ml, poi montati)
3 albumi
40 g di zucchero
1/2 stecca di vaniglia
pepe nero

Composta di mirtilli
200 g di mirtilli
40 g di zucchero a velo
100 g di vino rosso
menta per decorare

Collage di soufflè glacè

Preparazione: montare i tuorli con lo zucchero, unire il whisky, il contenuto della mezza stecca di vaniglia e il pepe, poi la panna e gli albumi montati a neve con lo zucchero; amalgamare bene, mescolando delicatamente tutti gli ingredienti. Versare negli stampi riempiendoli fino a 3/4 e congelare per 4 ore.
Per la composta di mirtilli: lavare i mirtilli, metterli in una pentola con lo zucchero a velo e il vino rosso. Portare ad ebollizione e far bollire per 2 minuti, sempre mescolando
Presentazione: Versare la composta calda di mirtilli nei piatti e disporre sopra i soufflè, decorare con la menta e servire.

Lui la fa semplice, ma ve l'ho detto, è un genio. Ora vi dico come ho fatto io...
1. Le uova. sarò fissata, ma a freddo le pastorizzo sempre. Quindi, ho fatto una pate a bombe per i tuorli e una meringa svizzera per gli albumi. In soldoni: ho fatto sciogliere lo zucchero in pochissima acqua, ho messo sul fornello a fiamma bassa e ho preparato uno sciroppo denso. Poi ho montato i tuorli, versandolo a filo: vi ci vuole un po' di più e non scoraggiarevi se lì per lì non montano: l'importante è aggiungere uno sciroppo denso, non acqua e zucchero: quando il composto "scrive", ci siamo.
2. per gli albumi, ho mischiato albumi e zucchero in un caseruolino e l'ho messo sul fuoco, mescolando con una frusta, fino a far sciogliere bene lo zucchero. Bisognerebbe portarlo a 70 gradi, ma non avevo il termometro ( ero in campagna...): prova del dito, quando pizzica è pronto, senza scomodare per forza muzio scevola
3. Aggiungerei un altro albume, per rendere più arioso il composto, ma dipende dalla grandezza delle uova che avete.

Per il resto, tutto uguale. Una bontà.
buon appetito
alessandra



domenica 23 agosto 2009

Pesche flambée alla Carlo

Di Daniela


Ed eccoci al dolce previsto per il mio pranzo estivo con gli amici.
Gli spaghetti proposti sono profumati e colorati e il dolce non può essere da meno. E' un insieme intrigante di sapori e aromi estivi, che comprendono il frutto che dell'estate racchiude tutto il profumo e la dolcezza: la pesca . Devo dire che quando lo preparo per gli amici, ha sempre un bel successo ed è di una semplicità e rapidità di esecuzione disarmante...
Si tratta , come annuncia il titolo delle

PESCHE FLAMBEE ALLA CARLO

frittata 027

Le ho chiamate così perchè, per ciò che mi riguarda sono nate, come ricetta , milioni di anni luce fa, quando poco più che adolescenti ci divertivamo, nelle sere estive a prepararci cene che definirei incredibili (abbiamo, in un momento di obnubilatio mentis, perfino cercato di preparare prima di una serata in discoteca, degli spaghetti conditi al caffè , per poter contemporaneamente mangiare e tenerci svegli !!!!!! sic!) a casa dell'uno o dell'altro a Monterosso, e quando la casa in questione era quella (fantastica) di Carlo, la chiudevamo sempre con questa cosa buonissima, semplicissima da preparare, ma proprio speciale..... ed ecco che , con licenza dell'amico e padrone di casa in questione, vi racconto come facevamo.....
Occorrono per 4 persone
  • 2 belle pesche, mature ma sode (eccellenti quelle profumate a pasta gialla , ma va bene praticamente ogni tipo di pesca)
  • 4-5 cucchiai di zucchero di canna
  • 1/2 bicchiere di cognac
  • 3-4 porzioni di gelato di panna ( o di crema o al più fior di latte)
Sbucciate le pesche, togliete il nocciolo e tagliatele a spicchi non troppo sottili, perchè devono cuocere e altrimenti si disferebbero.

frittata 032

In una padella antiaderente mettete lo zucchero e cominciate a farlo sciogliere a fuoco basso. Quando comincia a liquefarsi, aggiungete le pesche e "smuovendole" con delicatezza, fatele cuocere per qualche minuto, finchè la polpa non sia ben ammorbidita e si sia creato un bel sughetto, unione del succo della pesche e lo zucchero sciolto.
Nel frattempo mettete nei bicchieri o nelle coppe o nel contenitore che più vi piace, un po' del gelato che avrete comprato, se siete dei pigroni svogliati (io) o fatto, se siete dinamici, preparati e soprattutto possedete una gelatiera sottomano (non io) : c'è da dire che in questa stagione comunque le gelaterie che producono un buon gelato sono piuttosto frequenti.
Ora tutto è pronto: versate nel tegame delle pesche il cognac e "date fuoco" al tutto, ottenendo una bella fiamma che bruci l'alcool e lasci solo l'aroma alla nostra frutta.
Dividete su ciascuna coppa di gelato preparata le pesche ancora fiammeggianti (se riuscite....) o "spente" ma ancora calde e servite immediatamente!
E' una vera squisitezza che vi consiglio proprio di assaggiare, anche se il caldo di questi giorni e la mia super influenza fastidiosissima, non mi hanno permesso di fare foto che rendano completamente giustizia alla bontà di queste coppe!

frittata 031

Buona giornata a tutti

Daniela

sabato 22 agosto 2009

tarte robuchon

a scanso di equivoci: la ricetta che segue è la Robuchon originale, riportata da Maurizio Santin nel suo libro "I Dolci di M.S." editore Il Gambero Rosso.
Anzi no: è una creazione di Santin che lui dedica a Robuchon, come si legge nella precisazione qui sotto.
In ogni caso, resta immutata la mia confusione nel racconto che segue fra la tarte di Robuchon e quella di Felder, cosa di cui mi sono accorta successivamente e che ho ripreso nel post della Ma Tarte Choc. Ma siccome questo è un blog dove nessuno è perfetto e dove sbagliando non so se si impara, ma di sicuro ci si fanno un sacco di risate, lascio tutto com'è, anche se chiedo venia per la confusione: due torte del genere, però, possono bastare, per ottenere il vostro perdono?????



tarte robuchon

Sboroni si nasce ed io modestamente NON lo nacqui e qualche volta un po' mi dispiace. Come oggi, per esempio. Perché, vedete, questa torta qui io l'ho mangiata per la prima volta, vent'anni fa, direttamente al Crillon, a Parigi, e se tanto mi dà tanto potrebbe anche essere stata non dico assemblata, ma magari preparata sotto lo sguardo vigile del suo creatore, il grande joel robuchon. Per cui, adesso, io potrei iniziare questo post raccontandovi di quella volta che, a Les Ambassadeur, mentre stavo prendendo il tè con le amiche, sono stata colpita dalla consistenza di questo ripieno e al primo morso ho intuito l'esatta regione della provenienza del cacao e arrivata a casa ho telefonato a Maurizio e gli ho detto " guarda, fatti uno stage a Parigi che c'è uno che merita, mi sa..."
Invece, a me 'sta torta fa solo venire in mente il mal di piedi. Nel senso che io al Crillon, quel giorno lì, ci ero arrivata praticamente sui gomiti, stremata da un Genova-Parigi in treno notturno e da tre chilometri di coda per la mostra su Gauguin al Grand Palais e l'unica cosa a cui anelavo era un posto dove poter riposare, prima di riprendere il treno per tornare a casa. Non so neanche dirvi perché si sia finite al Crillon, anzichè nel classico bistrot da rive gauche, anche se non escludo di aver mosso a compassione l'amica globe trotter et maratoneta ( stricto sensu, sia chiaro), più incline a pinte di barbera che a calici di champagne, ma alla fine ci siamo impadronite di un tavolo, di un po' di sedie e di due menu, sui quali spiccava in bella vista una semplicissima Tarte au chocolat.
Era l'epoca in cui gli chef non erano ancora entrati di diritto a far parte dello star system e i nomi delle loro creazioni, se mai li avevano, derivavano tutti dalle personalità a cui erano dedicate, Madame Melba o Pavlova che fossero. Motivo per cui, questa torta era una semplice torta al cioccolato, senza alcuna menzione aggiuntiva di sorta. E meno male, aggiungo ora, perché all'epoca, se si fosse chiamata Tarte Robuchon, non l'avrei degnata di uno sguardo.
Da allora, è stato tutto una ricerca della ricetta perfetta, che riuscisse non dico ad eguagliare, ma quanto meno ad evocare il sapore di quella torta che, questo lo ricordo benissimo, fu per me una specie di choc, sia al gusto che alla vista: lucida, compatta, profumata, incredibilmente buona.
Fra tutte quelle provate, questa è quella che ci si avvicina di più: l'autore è quell'altro giga-fuoriclasse di Maurizio Santin, che alla corte di Robuchon ha fatto una parte del suo apprendistato e che per questa tarte ha parole di ammirazione sconfinata. Ovviamente, questa è la versione casalinga della sottoscritta, arricchita con un quantitativo maggiore di crema, perché qui si cucina per la famiglia, e lo strato di ripieno lo vogliamo bello spesso, ma la ricetta originale, così come la svela Santin, con tanto di Copyright, è questa qui:

TARTE DI CIOCCOLATO FONDENTE
(da I Dolci di Maurizio Santin, Gambero Rosso editore)

DSC_2697



200 g di cioccolato al 55%
150 g di panna liquida fresca
50 g di latte
1 uovo
pasta frolla per tarte*

Stendere la pasta frolla in uno strato sottile e foderare una tortiera di 30 cm di diametro imburrata e infarinata. Cuocerla nel forno a 180 gradi senza portare a temrine la cottura ( 15, 20 min al max) nel frattempo, preparare il ripieno: far bollire la panna con il latte e versarla subito sul cioccolato tritato. Mescolare energicamente con una frusta e aggiungere un unovo intero, continuando a mescolare fino ad ottenere un composto bene amalgamato. Versare questa crema al cioccolato all'interno della tarte e cuocere nel forno a 120 gradi fino a quando la crema avrà raggiunto la densità di un budino. Lasciare intiepidire e servire.

* 1 kg di farina; 800 g di burro; 400 di zucchero a velo/ 8 tuorli/1 pizzico di sale. ( le dosi, ovviamente vanno ridotte- io ho usato 3 hg di farina etc)
Impastare lentamente nello sbattitore, utilizzando l'apposita paletta, lo zucchero, il burro, i tuorli, la metà della farina e un pizzico di sale. Quando l'impasto comincia ad essere omogeneo, aggiungere il resto della farina. Quando è pronta, avvolgere la pasta nella pellicola e farla riposare per un giorno in frigorifero, prima di utilizzarla
buon appetito
alessandra

venerdì 21 agosto 2009

Grosio di Valtellina e le incisioni preistoriche della Rupe Magna

Di Daniela
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Grosio è un paesino delizioso a metà strada tra i due più centri più grandi e noti della alta valle, Tirano e Bormio.
Scoprirlo è stata veramente una sorpresa, perchè fino a quest'anno ci eravamo limitati a frequentarlo sono in occasione della sua notte bianca, ai primi di agosto, festa a cui gli abitanti tengono e che preparano con bell'anticipo e di cui vi ho già accennato, o per cercare qualche negozio di artigiano che manca vicino a casa nostra.
Invece quest'anno, insieme alle mie figlie, ci siamo dedicate a visitarlo con occhio più attento a ciò che di bello poteva offrirci, oltre alle sue passeggiate verdi o allo splendido colpo d'occhio sulle montagne che lo circondano.
Così abbiamo scoperto che Grosio, 656 mt di altitudine, e poco più di 4500 abitanti, nasconde piccole, splendide gemme che vale la pena di ammirare. Abbiamo scoperto per esempio che Grosio, col suo nome originale di Graeuse superiore, è già citato in un documento del 1058 e che il castrum de grosio e la villis de grossura, concessione vescovile legata a Como, fu affidata alla famiglia Venosta, che abitò il castello fino al 1500, per poi scendere in paese ed abitare l'omonima villa di cui vi parlerò in seguito. Per dare un occhiata a questo bel paesino cominciamo con

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PARCO DELLE INCISIONI RUPESTRI

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Innanzi tutto la prima cosa particolare... ci si può arrivare solo a piedi, salendo per un sentiero lastricato, che, partendo dalla grande centrale idroelettrica AEM in parte composta da edifici moderni e in parte liberty e che serve gran parte dell'alta valle,
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si snoda fino ai 2 grandi castelli medievali che dominano il paese : quello Vecchio, di S. Faustino (X-XI sec), ora in fase di restauro e quello NuovoVisconteo (XIV sec.), che proteggevano la vallata dai tentativi di invasione della zona, già al tempo ricca e perfetto crocevia tra Italia e Svizzera e di conseguenza , Nord Europa. I Castelli furono affidati al vescovo di Como e poi alla famiglia Venosta, e recentemente è stato scoperto che poggiano su una costruzione sacra ancora più antica , protostorica, databile dal II al I millennio a.C. Salendo su per il sentiero, i castelli ti appaiono ad una svolta quasi per incanto: particolarmente il Visconteo, ben restaurato, ha un'aria da castello delle favole, con la sua torre merlata e le diverse cinte di mura che scendono verso valle,


GROSIO 060

e la loro recente ristrutturazione offre scorci splendidi dai loro torrioni verso la valle stessa.

Collage di Picnik2Collage di Picnik

La grande rupe nera, dove sono le incisioni, è proprio sotto l'accesso al castello e si staglia scura sul verde che la circonda, con la sua forma che il passaggio in epoche remote dei ghiacciai che fiancheggiavano l'Adda, hanno disegnato nel corso dei secoli a "dorso di balena".
Le incisioni furono scoperte 1966 grazie all'archeologo Milanese , Davide Pace che pose in giusto risalto l'importanza delle incisioni della Rupe Magna, che ha incise oltre 5.500 figure e che è la roccia più ricca di incisioni dell'arco alpino. Successivamente sempre lo stesso Pace scoprì altre incisioni , su quello che si chiama Dosso Giroldo, noto come la "roccia degli armigeri" di cui vi propongo dei rilievi effettuati dal Pace stesso.

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Sulla Rupe Magna troviamo figure di ogni tipo , che rappresentano animali

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uomini armati di archi, lance o in atteggiamento che le guide definiscono di preghiera

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o oggetti di uso comune nella vita di tutti i giorno degli antichi abitanti della valle
,
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e riguardano un periodo che va dal IV al I millennio a.C. ( dal neolitico all'età del ferro, con l'aggiunta di alcuni altri segni, in particolare croci, che raccontano della religiosità di questo popolo e dell'utilizzo dell'incisione come mezzo di espressione fino in epoche storiche. Particolarmente bella e preziosa per valore documentario è la scena corale dei sei “oranti saltici”. Il gruppo più ampio di figure, rappresentato da uomini armati, da capre e cervi, da segni serpentiformi, da segni a forma di labirinto, risalirebbe all’età del Bronzo. Per godere a pieno dello spettacolo è consigliabile giungere nel Parco nel tardo pomeriggio, quando la luce radente del sole permette la visione ottsimale dei segni incisi. (dal sito web ufficiale della Valtellina)

GROSIO 088A_rupe_magna
(Solo queste ultime tre foto, come anche quella della capra, le ho riprese direttamente con la mia fotocamera dai cartelli espilcativi lungo il percorso, e dal sito web, sopra citato, ufficiale, perhè il momento non consentiva la loro visione diretta così chiara)
Solo per breve accenno vi dirò che si notano, anche senza essere un osservatore competente ,le diverse tecniche di incisione, che rendono chiara la differente età di nascita dei graffiti... ci sono quelli incisi con uno strumento a punta, i veri e propri graffiti, più filiformi nel tratto

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e quelli invece creati con la tecnica a "martellina", cioè con un qualche strumento di pietra, che ha lasciato un'impronta più larga, e un po' arrotondata, nella roccia.

GROSIO 091
Fin qui le specifiche storico-tecniche: interessanti, necessarie per comprendere ciò che si sta guardando e spero abbastanza esaurienti per non addetti ai lavori, come me.
Ma nulla di tutto quello che ho detto può spiegarvi l'emozione che si prova quando, dopo i primi minuti di incertezza, necessari per "fare l'occhio" alle superfici ruvide e segnate da eventi atmosferici e non solo, improvvisamente, si cominciano a intravedere, prima, e a scoprire del tutto poi, i disegni della rupe... E' una sensazione stranissima, che porta ad una senso quasi di irrealtà, immersi nel silenzio del parco, illuminati dal sole più basso del pomeriggio avanzato (l'ora migliore come ho detto, per leggerne la maggior parte) , all'ombra delle alte mura di un castello imponente, di fronte a segni che arrivano da un passato così remoto, che la mente vacilla nel tentativo di renderlo tangibile, eppure così familiari, e ad un tempo così semplici, come i disegni dei bambini: così immediati ed istintivi che non richiedono alcuna spiegazione, perchè si comprendono benissimo. Qui niente giganteschi mammut, ma animali che anche i ragazzi conoscono, capre o cervi, e attrezzi che ancora adesso si usano o piccole spirali o archi e lance, dei quali è ovvia e usuale la funzione.
Perciò, se vi dovesse capitare di essere in vacanza in Valtellina e aveste qualche momento da spendere in modo un po' diverso dal solito, mi raccomando, fate un salto al Parco delle incisioni rupestri di Grosio, lasciatevi sfiorare con pazienza e calma, da un tempo lontanissimo e godetevi la bellezza di ciò che vi circonda.

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Buona giornata a tutti

Daniela


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