Partiamo dal coming out che ogni classico impone- e cioè il "quante volte, sorella?". Mezza, ahimè- a voler essere benevoli, intorno ai vent'anni, quando leggere significava ancora divorare libri, in un'ansia di conoscenza che spesso si esauriva in toccate e fughe, scorse veloci a succhiar l'anima delle pagine e poi via, verso nuovi personaggi, nuovi ambienti, nuove storie. Troppo presto, di sicuro- ma non così presto da non aver lasciato traccia in un lontano rimpianto, messo a tacere col buon proposito del "prima o poi, lo riprendo, lo rileggo e lo finisco pure" che oggi, vivaddio, prende forma. Iniziato ieri sera e,al momento (ore 15.33) quasi in pari per l'appuntamento delle 21.00.
In principio, furono le figure: le immagggini, diremmo oggi, con la spocchia di chi è convinto che la comunicazione inizi e finisca con loro. Due secoli fa, invece, si era consapevoli di essere al punto di partenza e di dover incanalare nei giusti binari tutta la sete di conoscenza che serpeggiava fra quei ceti della popolazione tradizionalmente esclusi dai canali dell'informazione e del sapere e a cui ora erano finalmente ammessi, grazie alla sempre più capillare diffusione dei giornali. Ed è su un giornale, il Morning Chronicle, che appaiono per la prima volta gli scritti di Charles Dickens: in origine, sono brevi didasclalie che si accompagnano alle vignette, poi prendono sempre più spazio, fino a trasformarsi in brevi racconti e poi, alla fine, in veri e propri capitoli di storie sempre più avvincenti.
Make 'em laugh, make' em cry, make 'em wait: così sintetizzò Charles Reade il segreto dei successo dei romanzi a puntate: fateli ridere, fateli piangere, lasciateli in attesa- e le opere di Dickens si candidarono immediatamente ad incarnare al massimo questi precetti. Unico, forse, fra tutti gli autori del suo tempo, fu capace di mettere tutti d'accordo, lettori sofisticati e masse dai gusti semplici, critici raffinati e colleghi che gli riconobbero quella completezza che a loro mancava. Ovunque si trattasse di narrare, Dickens era il maestro indiscusso.
Lo fu anche quando, poco più che venticinquenne, fresco sposo della figlia del suo editore, affrontò per la prima volta il genere del romanzo d'appendice sul Morning Chronicle, pubblicando in venti puntate quello che poi sarebbe diventato Il Circolo Pickwick: nel giro di pochi mesi le tirature del giornale passarono dalle 400 alle 40000 copie, tanto diffuso era l'entusiasmo per le avventure di questo strampalato circolo, narrate da una penna intinta nel calamaio dell'ironia, della leggerezza, della sagacia. "Un capolavoro dell'umorismo inglese- perciò non fa ridere" chiosano i più dissacranti enciclopedisti del web: ma qui, vi assicuro, si è già riso, e pure parecchio: e siamo solo a pagina 70...
Laddove non si ride ed anzi, ci si incavola per bene, è in merito alla traduzione peri i tipi della Dalai, che è uno scempio in piena regola: "...nonchè le narrazioni e altri opuscoli cui per avventura dessero motivo le scene locali o i ricordi che relazionali hanno visti testimoni" (p. 20); "... calmo e impassibile come le profonde acque di costui stagni" (p. 21) "che mossa bel soggetto per un pittore sarebbe stato!" (p. 21) "... che se avessero coperto le membra di un altro uomo qualunque- evidentemente sta per "un qualunque altro uomo, ma concedetemi che il significato è sensibilmente diverso" (p.21) ".. e dopo presso di lui" (p.21) "... e il desiderio di fama trovare la gloria negli esercizi sul campo" (p.22)- e potrei andare avanti per ore, con una serie di errori, refusi o incauti prestiti di Google Translate che rendono impossibile leggere il libro- e tanto meno goderselo come meriterebbe. Quindi, se ancora non lo avete preso, rivolgetevi ad altri editori: di bidoni solenni, basta il mio.