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mercoledì 30 gennaio 2013

Starbooks Tea time: tiriamo le somme

Lo Starbooks di Gennaio: Emily Ansara Baines, The Unofficial Downton Abbey Cookbook

Le Starbookers di Gennaio e le loro ricette

La Apple Pie di Mary Pie

Andante con gusto

Menuturistico

Arabafelice

Vissi di cucina

Lechategoiste

Arricciaspiccia
 
Ale only kitchen





Tiriamo le somme, dicevamo, come è consuetudine alla fine di ogni mese, quando ormai le ricette testate sono sufficienti a poter dare un giudizio attendibile sulla credibilità del libro in esame: perchè- è bene ricordarlo- l'obiettivo dello Starbooks è riportare i manuali di cucina al luogo a cui essi stessi per primi dichiarano di appartenere, vale a dire fra forno e fornelli, in quella prova del fuoco che, se non è l'unica che devono superare, è sicuramente la più importante. 
Questo mese è toccato a The Unofficial Downton Abbey Cookbook, libro dichiaratamente legato ad una serie televisiva e quindi fortemente a rischio: ci si aspettavano errori grossolani, forzature, approcci superficiali e frettolosi, tipici di chi ha intercettato l'onda giusta, dalla spiaggia, ed ora è ben deciso a cavalcarla. 
Invece, non è andata così e, nel complesso, siamo soddisfatte. 
Certo, non è un libro per tutti: e se è facile dire che non lo è per chi non ama la cucina inglese, è meno comprensibile sostenere il contrario- e cioè, che non lo è nemmeno per chi la ama troppo. La David, la Griegson, la Collistar, la Smith e la Berry sono lontane mille miglia, sia per la profondità dell'approccio che per la competenza tecnica. E questo, vorrei che fosse chiaro, da subito, senza dover scomodare le buon'anime della Acton o della Beaton. Se vi intendete di cucina britannica, lasciate stare: perchè il grande limite di questo libro è che è stato scritto da un' Americana, che non è riuscita a fondersi fino in fondo con la materia trattata. 
E' questo, il difetto che impedisce a The Unofficial di fare il salto di qualità- e lo dico con tutto il rammarico di questo mondo: perche la Baines si è preparata, ha studiato, ha contestualizzato benissimo le ricette, le ha raccolte con criterio, le ha suddivise con altrettanto scrupolo e le ha anche spiegate bene, tant'è che, a parte un caso, sono riuscite tutte, pur con i soliti accorgimenti, qua e là. 
Non solo: è anche un libro ben scritto. Così ben scritto che, come abbiamo detto più volte, non abbiamo mai sentito il bisogno dell'immagine che, per condivisibilissime scelte editoriali, non c'è: avrebbero stonato, nell'impianto generale dell'opera e, in ogni caso, non sarebbero state così essenziali, vista la capacità di scrittura dell'autrice. 
Ed è anche un importante fonte di aneddoti e di informazioni, su come ci si comportava a tavola in questi anni, su cosa si mangiava, su come lo si serviva: anche i passaggi più difficili, come il ridimensionamento del servizio alla russa, dai fasti dell'età vittoriana alle ristrettezze del dopoguerra, è affrontato con la sicurezza di chi si è documentato in modo attento e scrupoloso. 
La Baines, insomma, ha letto tanti libri, prima di scrivere il suo : e questo le fa sicuramente onore. Peccato, però, che non abbia letto a fondo il più importante- vale a dire quel Mastering The Art of Fresh Cooking con il quale Julia Child ha intonato uno dei più alti inni alla cucina francese. Mutatis mutandis, la Baine avrebbe potuto fare lo stesso, per la cucina britannica: se solo avesse messo da parte il sistema decimale, si fosse dimenticata del corn syrup e di tutti i contributi che l'industria alimentare contemporanea ha dato al nuovo, pessimo corso della cucina britannica. Se solo avesse osato ancora un po', trasferendo anche alla cucina la profondità del suo studio, saremmo di fronte ad un libro da tenere sul comodino. Invece, abbiamo un libro da tenere in cucina: che non è un male, per carità. Ma rispetto alle potenzialità, è un'occasione perduta. 
Trenta, senza lode

al secondo mercoledì di febbraio, con il nuovo Starbooks!




11 commenti :

  1. Sempre impeccabile, Ale, non fai che dare voce a quelli che sono stati i miei pensieri.
    Diciamo che c'è stata di fondo, a mio avviso, una leggera (nemmeno tanto leggera, a pensarci meglio) "americanizzazione" del tutto, come sottolinei con cups e corn syrup.
    Sorry, ma se fosse stato diverso per molti degli americani che conosco si sarebbe trattato di un testo di fisica quantistica e non l'avrebbe acquistato nessuno...comunque sia, è andata!

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  2. Mi unisco a Stefania,impeccabili le tue conclusioni,come sempre!E' pur sempre un libro che in cucina fa,come diresti tu,la sua porca figura!
    Ciaoo.

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  3. Purtroppo non ho la tua cultura e preparazione sulla cucina britannica, motivo per cui molto di quanto hai scritto non mi ha neppure sfiorata. :-(
    Condivido sicuramente l'opinione sulle unità di misura e gli ingredienti americani, anche se come nota Stefania senza le cups l'autrice sarebbe stata il classico profeta incompreso in patria.

    Le somme per me sono positive e se è vero che la lode non c'è, il 30 ci sta tutto. :-)

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  4. in teoria, avrei potuto optare per la bontà.
    Le ricette sono abbastanza ben spiegate (anche se si vede lontano un miglio che lo fa per piacer suo: ma se penso a cosa ci tocca leggere da sedicenti professionist in Italia, questo è un trattato di alta cucina); son riucite quasi tutte; l'impianto dell'opera è ben fatto. Divulgativo, ovvio, ma senza sbavature.

    Il punto è che quando si parla di Inghilterra, sono più severa che altrove. Di sicuro, un po' di snobismo c'è, perchè comunque son della scuola di Oscar Wilde ( gli Americani hanno molto in comune con gli Inglesi, eccetto la lingua) e tendo ad assumere l'atteggiamento odioso di chi guarda tutti dall'alto in basso- che è il vero motivo per cui mi sento così inglese e li amo così tanto.

    Stefania ha ragionissima e anzi, è fin troppo benevola: onestamente, non ce lo vedo il pubblico statunitense a cimentarsi con il Sally Lun's Bun o con il filetto al foie gras. E' per questo che alla fine mi è rimasta quella punta di rammarico, per un lavoro che nasceva comunque per un pubblico più raffinato e che si è evoluto sul binario della ricerca e della competenza. Come dire, intato non saranno gli Americani a comprare questo libro: tanto vale, farlo all'inglese, fino in fondo :-)

    E' un trenta senza lode, e comunque meritato: per cui, compratelo, se avete la passione per queste ricette e per questo periodo storico, perchè non ne resterete delusi. Meno che mai se siete abituati al mercato italiano: nn oso immaginare cosa sarebbe venuto fuori da "la cucina di Elisa di Rivombrosa" :-) , tanto per dirne una...

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  5. I agree with Oscar Wilde---the Brits have such a funny accent.

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    1. :-D :-D :-D
      tu sei l'eccezione che conferma la regola :-D
      oscar ti avrebbe adorata!

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    2. per inciso, ho sposato un Americano per vocazione. E non ti dico cosa dice lui, della pronuncia britannica. di solito, ll'esordio è: a differenza degli inglesi, gli Americani parlano per farsi capire"... etc etc. :-)

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    3. Ah, benissimo. Parlo inglese ostinatamente con accento brit, e il fratello nascosto del tuo Americano per vocazione esordisce sempre chiedendo che razza di accento sia quello che taglia ogni vocale dalle parole per assomigliare a un codice fiscale.
      Mi sento incompresa :-D

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  6. ahahahah la cucina di rivombrosa no che non la possiamo immaginare!!!
    considerazioni impeccabili, come sempre :)))
    ora vado a leggermi la ricetta della torta decadente e so già che sbaverò...
    bacio <3

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  7. Mi sono letta prima la ricetta ed ora le considerazioni... Ale, ma com'e' che fai a centrare sempre il punto?!? Sei stupenda, cosi' come la torta che hai "salvato", e che salvataggio di classe che hai fatto!

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