
Quello (più o meno) appena trascorso è stato il Natale dei regali in serie: intendo dire che mai come quest'anno abbiamo fatto e ricevuto all'incirca le stesse cose. Il clou lo ha toccato mia figlia, a cui sono toccati solo cipria profumi e cottì; poi ci sono state le sciarpe per Giulio e, infine, La Scuola degli Ingredienti Segreti per me. Ma, a differenza della creatura e del marito, che potranno rispettivamente consumare e perdere (siamo già a -2 sciarpe) i loro regali, io non solo mi sono ritrovata con uno stock di copie intonse sulla scrivania, ma ho anche dovuto fare buon viso a cattiva sorte quando, un mese dopo, c'è stato il mio compleanno che, manco a dirlo, ha visto ulteriormente crescere la già alta pila delle suddette copie. Superfluo aggiungere che, sul fondo, c'era quella che mi ero comprata io, vittima dello stesso ragionamento che ha indotto parenti, amici et conoscenti ad associare immediatamente a me La Scuola degli Ingredienti Segreti, opera prima di Erica Bauermeister, consacrato dalla critica statunitense come "debutto memorabile" e ovviamente balzato in cima alle classifiche delle vendite dei mesi scorsi.
La trama si presenta come originale, visto che si tratta della storia di una scuola di cucina, attorno alla quale girano le storie personali dei vari protagonisti, che si iscrivono convinti di imparare semplicemente a cucinare, ignari di essere finiti nientemeno che nell'antro dell'alchimista dove si scoprono gli ingredienti segreti che permettono di arrivare alla felicità
Già da queste premesse, avrei dovuto capire che non era cosa. Però, come al solito, mi sono detta che non si può sempre partire col piede sbagliato, che i pregiudizi non fanno che nuocere, insomma, le solite cose trite e ritrite che mi ripeto ogni volta, quando so che sto per prendermi un bidone. E così è stato, anche questa volta.
Sia chiaro: se vi dicessi che ho fatto fatica ad arrivare in fondo, mentirei: perchè tutto si può dire de La Scuola degli Ingredienti Segreti, fuorchè che sia pesante o difficile o contorto, anzi. E' un libro che va giù liscio e che si legge in due ore, alla fermata dell'autobus o mentre si aspetta che la figlia esca da scuola. Da qui a definirlo piacevole, però, ce ne vuole e, se proprio devo essere sincera, l'unica emozione che mi ha suscitato è stato un crescente senso di fastidio.
Anzitutto, è fastidioso lo stile: ridondante, melenso, compiaciuto, con un profluvio di aggettivi a metà fra la collana degli Harmony e a certi miei temi delle medie quando riempivo il vuoto di nulla, affidandomi al dizionario dei sinonimi per nascondere la mancanza di idee.
E' fastidioso il modo in cui l'autrice tratta la materia: la cucina, da possibile fonte di ispirazione, si riduce ad una semplice cornice, mostrando troppo la corda di una funzione del tutto strumentale, probabilmente dettata più dalla seduzione della moda del momento che non da una sintonia profonda con il mondo di emozioni che il cibo suscita in chi lo ama per davvero. Non a caso, esso rimane al di fuori della natura più intima del romanzo, del tutto scollato non tanto dalla trama ma dall'essenza stessa della pagina scritta. Non si respira nessun profumo, non si assapora nessun gusto e l'atmosfera di avvolgente calore di una cucina è sostituita dalla freddezza di un'esposizione di forni e banconi di moderno design, destinati nella maggior parte dei casi a rimanere intonsi per sempre.
Infine, è fastidiosa, se non addirittura irritante, la spocchia con cui l'autrice si considera esperta di cucina, italiana per di più, dispensando ricette che gridano vendetta al cospetto di Dio, dall'origano nel sugo di vongole, fino al brodo, per giunta di dado, nella salsa di pomodoro.
Sempre a proposito di spocchia, poi, è quasi un assioma che, se si decide di scrivere un libro a più voci, bisogna di necessità avere una piena padronanza di stile. Intendo dire che se si va volontariamente incontro alla sfida di raccontare le storie di nove o dieci personaggi diversi, la ricerca di una precisa individualità è non solo d'obbligo, ma addirittura essenziale. Ciascuno deve parlare un proprio linguaggio, avere diverse reazioni, rapportarsi in modo personale agli eventi della loro vita, così da definirsi in modo peculiare, netto, preciso- individuale, appunto. Tutto questo, nel libro, non succede: i vari protagonisti si raccontano con uno stile monocorde, che finisce per appiattirli sullo sfondo da cui invece dovrebbero stagliarsi, in una monotonia che dilaga a tal punto in tutta la narrazione da far pensare che questi ingredienti segreti, più che alla vera felicità, portino ad una stanca, fiacca e desolante noia.
P.S. importantissimo. Ho aspettato parecchio, prima di scrivere questa recensione, perché temevo di risultare sgarbata non tanto nei confronti di chi mi ha materialmente regalato il libro (fra amici, non ci si offende, considerato che io per prima ho fatto dono di doppioni, e pure più di una volta) ma verso i molti di voi che mi hanno consigliato di leggerlo. Il mio timore era quello di sembrare un'ingrata che non riconosceva il gesto di amicizia e di condivisione che stava dietro a questi suggerimenti. Ho anche pensato di non scrivere nulla ma, di nuovo, non volevo far credere che non vi avessi ascoltato. Alla fine, ho scelto di parlarne, e di parlarne nel modo che, fra tutti, reputo il più rispettoso. Tempo fa, mi è capitato di fare marchette, come si dice in gergo, esaltando libri che avrebbero meritato la via della spazzatura. Alla terza volta, ho detto di no, rinunciando, probabilmente, ad un'opportunità che, in teoria, avrei trovato esaltante ma che, in pratica, si riduceva ad una sorta di prostituzione intellettuale. In questi mesi, su Menuturistico, ho trovato tanti amici, che ci seguono ogni giorno e dai quali ho ricevuto molto più di quanto si possa immaginare. Il minimo che possa darvi in cambio è la lealtà e la sincerità, in questa e in altre occasioni che si presenteranno, senza per questo voler interrompere un dialogo fatto di di condivisione e di confronto, anzi Lo scambio delle nostre impressioni sui libri passa anche da qui, anzi, forse costituisce il momento che io prediligo e mi dispiacerebbe infinitamente che, per una recensione da due soldi, si interrompesse. Continuiamo così, vi prego.
Buona lettura
Alessandra
La trama si presenta come originale, visto che si tratta della storia di una scuola di cucina, attorno alla quale girano le storie personali dei vari protagonisti, che si iscrivono convinti di imparare semplicemente a cucinare, ignari di essere finiti nientemeno che nell'antro dell'alchimista dove si scoprono gli ingredienti segreti che permettono di arrivare alla felicità
Già da queste premesse, avrei dovuto capire che non era cosa. Però, come al solito, mi sono detta che non si può sempre partire col piede sbagliato, che i pregiudizi non fanno che nuocere, insomma, le solite cose trite e ritrite che mi ripeto ogni volta, quando so che sto per prendermi un bidone. E così è stato, anche questa volta.

Sia chiaro: se vi dicessi che ho fatto fatica ad arrivare in fondo, mentirei: perchè tutto si può dire de La Scuola degli Ingredienti Segreti, fuorchè che sia pesante o difficile o contorto, anzi. E' un libro che va giù liscio e che si legge in due ore, alla fermata dell'autobus o mentre si aspetta che la figlia esca da scuola. Da qui a definirlo piacevole, però, ce ne vuole e, se proprio devo essere sincera, l'unica emozione che mi ha suscitato è stato un crescente senso di fastidio.
Anzitutto, è fastidioso lo stile: ridondante, melenso, compiaciuto, con un profluvio di aggettivi a metà fra la collana degli Harmony e a certi miei temi delle medie quando riempivo il vuoto di nulla, affidandomi al dizionario dei sinonimi per nascondere la mancanza di idee.
E' fastidioso il modo in cui l'autrice tratta la materia: la cucina, da possibile fonte di ispirazione, si riduce ad una semplice cornice, mostrando troppo la corda di una funzione del tutto strumentale, probabilmente dettata più dalla seduzione della moda del momento che non da una sintonia profonda con il mondo di emozioni che il cibo suscita in chi lo ama per davvero. Non a caso, esso rimane al di fuori della natura più intima del romanzo, del tutto scollato non tanto dalla trama ma dall'essenza stessa della pagina scritta. Non si respira nessun profumo, non si assapora nessun gusto e l'atmosfera di avvolgente calore di una cucina è sostituita dalla freddezza di un'esposizione di forni e banconi di moderno design, destinati nella maggior parte dei casi a rimanere intonsi per sempre.
Infine, è fastidiosa, se non addirittura irritante, la spocchia con cui l'autrice si considera esperta di cucina, italiana per di più, dispensando ricette che gridano vendetta al cospetto di Dio, dall'origano nel sugo di vongole, fino al brodo, per giunta di dado, nella salsa di pomodoro.
Sempre a proposito di spocchia, poi, è quasi un assioma che, se si decide di scrivere un libro a più voci, bisogna di necessità avere una piena padronanza di stile. Intendo dire che se si va volontariamente incontro alla sfida di raccontare le storie di nove o dieci personaggi diversi, la ricerca di una precisa individualità è non solo d'obbligo, ma addirittura essenziale. Ciascuno deve parlare un proprio linguaggio, avere diverse reazioni, rapportarsi in modo personale agli eventi della loro vita, così da definirsi in modo peculiare, netto, preciso- individuale, appunto. Tutto questo, nel libro, non succede: i vari protagonisti si raccontano con uno stile monocorde, che finisce per appiattirli sullo sfondo da cui invece dovrebbero stagliarsi, in una monotonia che dilaga a tal punto in tutta la narrazione da far pensare che questi ingredienti segreti, più che alla vera felicità, portino ad una stanca, fiacca e desolante noia.
P.S. importantissimo. Ho aspettato parecchio, prima di scrivere questa recensione, perché temevo di risultare sgarbata non tanto nei confronti di chi mi ha materialmente regalato il libro (fra amici, non ci si offende, considerato che io per prima ho fatto dono di doppioni, e pure più di una volta) ma verso i molti di voi che mi hanno consigliato di leggerlo. Il mio timore era quello di sembrare un'ingrata che non riconosceva il gesto di amicizia e di condivisione che stava dietro a questi suggerimenti. Ho anche pensato di non scrivere nulla ma, di nuovo, non volevo far credere che non vi avessi ascoltato. Alla fine, ho scelto di parlarne, e di parlarne nel modo che, fra tutti, reputo il più rispettoso. Tempo fa, mi è capitato di fare marchette, come si dice in gergo, esaltando libri che avrebbero meritato la via della spazzatura. Alla terza volta, ho detto di no, rinunciando, probabilmente, ad un'opportunità che, in teoria, avrei trovato esaltante ma che, in pratica, si riduceva ad una sorta di prostituzione intellettuale. In questi mesi, su Menuturistico, ho trovato tanti amici, che ci seguono ogni giorno e dai quali ho ricevuto molto più di quanto si possa immaginare. Il minimo che possa darvi in cambio è la lealtà e la sincerità, in questa e in altre occasioni che si presenteranno, senza per questo voler interrompere un dialogo fatto di di condivisione e di confronto, anzi Lo scambio delle nostre impressioni sui libri passa anche da qui, anzi, forse costituisce il momento che io prediligo e mi dispiacerebbe infinitamente che, per una recensione da due soldi, si interrompesse. Continuiamo così, vi prego.
Buona lettura
Alessandra