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giovedì 13 agosto 2009

Galizia- Due o tre cose da non perdere

Di Alessandra (Raravis)

L'ombrello e l'appetito, mi verrebbe da dire, a bruciapelo, visto il clima più affine agli improvvisi cambi d'umore del nord Europa che non alla Costa del Sol e considerata la strepitosa varietà della cucina gallega. Ma i posti da vedere, in Galizia, sono davvero tanti e belli , specialmente quelli un po' più fuori dai circuiti turistici: qui ci sono quelli che ci sono piaciuti di più e che ci hanno sorpreso per la loro bellezza e la loro vitalità.
Buon viaggio

Vigo: ve lo ricordate il Capitan Nemo, quello delle Ventimila Leghe sotto il Mare? Bene, è passato di qui. Ed anzi, ci si è fermato parecchio, visto che il fantomatico tesoro dovrebbe giacere nei fondali delle acque della città, ma invano. Da allora, però, è impossibile non associare alla leggenda questo ex piccolo villaggio di pescatori, che conserva nella toponomastica le sue umili origini, ma che in questi anni, grazie all'incremento della flotta peschereccia, è diventato la città più importante della regione, strappando a A Coruna questo primato. I suoi abitanti, però, non sembrano essersene accorti: vivono serenamente in una dimensione molto provinciale, con pochi hotel ( uno solo di lusso, ma scomodissimo come posizione) e pochissimi monumenti di pregio. Meglio, molto meglio, sintonizzarsi sui ritmi della popolazione e farsi un giro per i vicoli in salita delle città vecchia, respirando un'aria quasi da Lisbona e curiosando fra i negozietti di vimini e le bodeghe dove si mesce il cidro....






Monastero di Poio: all'entrata di Pontevedra, piccola città sulla omonima rias, è un monastero a cui i Galleghi sono particolarmente devoti. Nelle forme, ricorda molto la vicina Santiago, ovviamente in versione ridotta, così come anche lo splendido retablo davanti all'altare ha un che della "sorella maggiore", per così dire. Gli abitanti della Galizia vanno però oltremodo fieri delle teste parruccate dei Santi ( mettere capelli veri alle statue dei Santi è indizio di particolare venerabilità), del libro più piccolo del mondo nell'annesso museo e, a fare pendent, del granaio più grande di tutta la regione, subito dietro la chiesa.





O Grove: regione superturistica, ma io vi ho avvisato. Sull'isola di A Toxa, collegata alla terraferma da un ponte ( all'uscita, esprimete un desiderio e trattenete il respiro per tutto il tempo della sua percorrenza: se arrivate in fondo ed avete ancora fiato, il desiderio si avvererà. Altrimenti, dal cielo, vegliate su di noi, mentre sudiamo sulla tastiera..) c'è la famosa fabbrica di sapone, con proprietà miracolose per quanto riguarda la levigazione della pelle. Gli ingredienti, ovviamente, son segreti, ma i prezzi sono del tutto abbordabili.





Tuy: uno spettacolo. Puntate i piedi, fate carte false, piuttosto scappate nella notte ma non tralasciate di visitare la cattedrale di questa minuscola cittadina proprio al confine col Portogallo, unica di tutta la spagna a non avere neppure un semaforo. L'attrattiva è, naturalmente, la cattedrale fortificata, testimonianza della posizione strategica del luogo, l'ultimo avanposto spagnolo prima del confine, oltre che tappa obbligata di una delle tante vie verso Santiago. Sorge in forme romaniche preservate nel tempo, ed ha uno splendido portale che risale al XII secolo, con invenzioni figurative di rara, rarissima libertà espressiva per la tradizionalissima Spagna. Recuperatevi una guida e godetevi tutta la visita, ivi compreso il panorama sulle campagne portoghsi, perché davvero c'è un tesoro dietro ogni angolo esarebbe un peccato che vi sfuggissero.






A Coruna: ovvero il capoluogo, la capitale, in tutti i sensi. E non importa se oggi Vigo l'abbia spodestata dal podio di città più importante della Galizia, perché certe cose rimangono dentro, indipendentemente dai flussi dell'economia e della storia. A Coruna è la vera città gallega, ricca di vita, di negozi eleganti, di strade animate, di ristoranti, di ampi respiri, a testimoniare, se mai ce ne fosse bisogno, che certe vocazioni e certe aperture culturali resistono agli urti della sorte.
La chiamano la città di vetro e mai soprannome fu più azzeccato: vetrate ovunque, anche nelle architetture moderne, rispettose della fisionomia originaria del tessuto urbano e che stranamente non infastidiscono, da tanto sono ben inserite nel paesaggio circostante.
Noi ci arriviamo il 25 giugno, in piena frenesia da Unesco, vista l'inclusione del monumento smimbolo della città- il faro di Ercole- nella lista dei Patrimoni dell'Umanità. Il centro della festa è piazza S. Maria Pita, ma la gita al faro si impone- e ne vale davvero la pena. Lontana dal vocìo festante delle strade cittadine, è questa la zona dove l'emozione tocca il suo culmine, là dove il cielo e il mare si toccano e si perdono all'orizzonte, portando con loro le voci del passato, dall'approdo di Cristoforo Colombo alla infelice partenza di quell'Armata che, proprio da questi lidi, sperimentò il crollo del mito dell'invincibilità.
Si torna in città per immergersi in un'altra emozione, più godereccia, questa volta, in un trionfo di mariscadas, servita nelle miriadi di ristorantini che si susseguono a ridosso della piazza principale e dove la scorpacciata è d'obbligo....





Lugo: le guide la snobbano, ingiustamente: ultima tappa del Camino, mantiene un centro storico ricco di fascino. E poi, scusate, ma quando vi capita più di vedere una cinta muraria romana in siffatte condizioni???




L'impatto è di quelli potenti e l'atmosfera è talmente avvolgente che quasi quasi vi chiedete se non siete stati catapultati all'improvviso ai tempi di Giulio Cesare &C. visti gli strani personaggi che vi vengono incontro...


...ci sono pure i barbari...



...e gli infallibili rimedi dei druidi...


...qualche anacronismo..


...e persino Flavius Briatorius...
...et nonnullae velinae....
..panem....
..et circenses....


e una bella benedizione finale, a concludere il tutto...
alla prossima tappa
alessandra

sabato 11 luglio 2009

Santiago de Compostela- fra vecchi mercati e nuovi pellegrini

di Alessandra

Collage di santiago

Di Santiago de Compostela è stato detto di tutto e di più- e non sarà certo in questo breve diario di viaggio che potrete trovare notizie nuove: d'altronde, stavolta io non ricercavo altro che quello che avevo letto e studiato in tutti questi anni- e cioè lo spirito del pellegrinaggio elevato alla massima potenza, sublimato dal sudore e dalla fatica di un cammino millenario che mai ha smesso di essere battuto, dalle iconografie evocative dei mantelli, delle conchiglie, dei bastoni e della borraccia a forma di zucca e, infine, da uno strano miscuglio di gratitudine e di commozione, di fronte al ripetersi sommesso e potente di rituali antichi, baluardi inespugnabili dalla trivialità del nostro presente e serbatoi inestinguibili di speranze nel futuro.


Questo mi aspettavo- e questo, ahimè, non ho trovato, quanto meno non subito: perché, nonostante l'arrivo strategico alle prime ore del mattino, la scelta di percorsi alternativi ai classici giri turistici, l'impermeabilizzazione al devastante dilagare dello sfruttamento commerciale dei cosiddetti luoghi dello spirito, l'impatto iniziale non è stato granchè. E il problema, udite udite, sono stati proprio i pellegrini. Che, lungi dall'essere muniti di cappa e cappello, ora girano con magliette sponsorizzate dalle varie case di produzione dei mezzi con cui sono arrivati ( moto e bici su tutti, finora- almeno fino a quando qualcuno non avrà la bella idea di mettere un copyright ai piedi), bivaccano sulla piazza che neanche fossimo ad Ibiza, comunicano via cellulare urbi et orbi la loro gioia di essere arrivati alla meta e agitano urlanti la tesserina con tutti i punti del pellegrino, in puro stile "ho vinto la lotteria di capodanno" ed altre amenità del genere.
I bastoni e le conchiglie, ormai, sono solo questi qui



e i negozi pullulano di souvenir presentati in questo modo...



La piazza, in compenso, è maestosa, circonadata su tre lati da imponenti edifici barocchi (uno dei quali, voluto dai re cattolici come ostello per poveri e i malati, è oggi diventato un parador di lusso) e dominata a est dalla facciata della cattedrale, rifatta agli inizi del XVIII secolo e concepita come un retablo, la maestosa ed imponente pala d'altare spagnola.


D'altronde, non c'era bisogno di tante manfrine: la cattedrale nasce dichiaratamente con l'intento di essere il più grande tempio cristiano dell'epoca- e quando, nel 1700, si richiede un progetto per rifare la facciata, la sua fama come centro di pellegrinaggio è talmente consolidata che ricorrere a soluzioni minimalistiche e sobrie, oltretutto non in linea con le mode e i gusti del tempo, non avrebbe avuto nessun senso. E così, vi tocca alzarei il viso ben in alto, se volete godere appieno della accentuata verticalizzazione delle due torri camiìpanarie e magari perdervi a contare le varie statue di San Giacomo, infilate nelle nicchie; e dovete sgomitare ben bene, se invece, volete sottoporvi ai classici riti da pellegrini, e cioè fare una preghiera di ringraziamento premendo le dita della mano contro le radici dell'albero di Jesse, scolpito sotto la statua del Santo nel portale principale ( cercate i cinque buchi profondi e lucidi sul marmo, e vedrete che si adattano benissimo ai polpastrelli delle vostre dita), oppure, se ambite ad ottenere saggezza, abbassando per tre volte la testa a toccare la fronte del Maestro Matteo, che si trova dall'altro lato del Santo, umilmente genuflesso.



L'interno è un misto di stili e un crocevia di suonerie di cellulare: fra "olà" " hallo" e "tivubbbiiiiiiiii" approdo faticosamente a quella che per me è la parte più raccolta, più omogenea, più antica e pertanto più spirituale dell'intero edificio- vale a dire la Cappella di Corticela, in tardo romanico, dove però per fortuna si prega in silenzio, accanto ad un Cristo in pietra che, essendo escluso dal giro delle credenze popolari e delle superstizioni, non ha perso nulla della sua meravigliosa maestà.


Invece, preparatevi a code disumane per l'abrazo al Santo, compreso di beso alla cappa tutta tempestata di pietre preziose: io lascio perdere, e scendo piuttosto nella cripta, dove sono custoditi i resti del Santo ( che parrebbe fossero davvero autentici: e qui vi conviene aver fede, sennò mi tocca dilungarmi con spiegazioni noiosissime e non la finiamo più)


La vera meraviglia della cattedrale, vale a dire il Portico della Gloria, è in restauro: cerchiamo di consolarci con una visita al museo ( non ne vale la pena), al chiostro e su su fino a Las Cubiertas, proprio sul tetto della chiesa, ma dopo aver visto da vicino tutte le conchiglie e le altre decorazioni della facciata, decidiamo che è giunto il momento di andare all'esplorazione del paese.



E qui, finalmente, la prima vera emozione della giornata....

mercato santiago


il mercato!!!! che non è un mercato qualunque, ma un mercato coperto, all'interno delle strutture dell'antica fortezza di Altamira, dove confluiscono tutti i produttori della regione, contadine comprese

le celeberrime tetillas

tetillas

le carni....
mercato di santiago


i frutti di mare

mercato di santiago


il pescado

mercato di santiago



Io non resisto e decido su due piedi che qualsiasi proposta gastronomica possa provenire dai ristoranti, non potrà eguagliare un pranzo imbastito su due piedi con i prodotti del mercato: compro due tipi di pane- uno dei quali dolc,e ripieno di uvetta, che la fornaia mi dice essere il loro pane della Pasqua, mezza tetillas e un chorizo e ci accampiamo in un angolino della piazza, godendoci la cattedrale da un'altra prospettiva.




Nel pomeriggio, un giro veloce per il paese antico, passando sotto i portici medievali e sotto le insegne più pittoresche

Collage di Picnik

e lungo rua franco, che è la strada dei ristoranti, da dove ci ammiccano queste cosine qui....


e queste qui...
io però, sono più attratta da questa maglietta, ma mio marito non me la vuole regalare....


Alle prossime tappe
Alessandra


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