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mercoledì 3 novembre 2010

Lore Segal- Shakespeare's Kitchen



Chiedo venia: sono a pagina 120 e qualcosa, troppo poche per poter improvvisare una recensione, ma tante a sufficienza per potervi promettere che domani sera sono qui a raccontarvi le mie impressioni su un libro che, sinora, mi sta piacendo.
Lascio quindi lo spazio di tutto il salotto alla rece di Mario, dettagliata, puntuale e pungente, come suo solito- e alle vostre, a seguire.
Domani, "seguirà dibattito"
ciao

Ale

"Libro di ampio respiro e dalla lettura non immediata. Probabilmente avrei dovuto leggerlo una seconda volta per essere certo di averne colto tutti gli spunti, i riferimenti, le piccole citazioni o ciò che ne fa tecnicamente un testo di spessore eppure personalmente non riesco a non concludere dicendo che mi resta solo un profondo disamore per questo titolo.
Una certa consapevolezza è difficile da reperire in giro, tra l'altro il libro è realmente apprezzabile solo ad una seconda o terza lettura quando, chiarito l'intento dell'io narrativo si può meglio apprezzare l'insieme di tutti quei particolari apparentemente inutili ma che alla fine si rivelano il vero sale del patchwork...eppur continua a non essere nelle mie corde.
Mi spiego. Quando il tono intellettuale vela di distacco perentorio la nostra esperienza umana, da quella quotidiana fino allo stravolgimento che dovrebbe comportare l'innamorarsi, allora qualcosa non torna e l'autrice stessa non fa nulla per discostarsi da un simile approccio che è solitamente il cimitero comunicativo di molti intellettuali appunto.
L'intelighenzia che piace a me infatti è quella che parte dal marciapiede, dalle mani sporche di terra, dalla strada e non da una sedia che sembra essere quella di un arguto psicoanalista che prova a curare i propri mali usando come espediente il racconto di se con voluta distanza appunto. Il risultato infatti resta deludente e la differenza alla fine si riversa tutta nella luce e nei colori delle parole usate. Manca alle frasi il rosso sanguigno di chi si alza da terra con il ginocchio sbucciato, il calore di chi anche partendo dall'alto decide di calarsi nelle proprie scelte vivendo e non lasciandosi vivere dalla propria raffinatezza culturale...forse anche godendo cinicamente di una certa consapevolezza (Pasolini) senza alzare tuttavia alcuna barriera di pensiero tra se e gli altri (per ciò la sua grandezza)...ma questo è realmente un tema borderline che accuratamente preferisco evitare.
Shakespeare's Kitchen è quindi l'analisi lucida delle contraddizioni di un certo tipo di umanità nel tentativo di sentirsi componente vitale ed integrata di una società che si avverte distante ma della quale si vuole far parte assolutamente anche barattando i propri sentimenti. Sarebbe stato bellissimo se questa fotografia avesse avuto una luce naturale invece è tutto seppellito dal filtro intellettualoide che la rende un prodotto d'elite il che non è un bene anzi è la tara stessa del libro.
Il prodotto letterario è di fatto fine nel suo scatolino di duecento e passa pagine, elegante, mai sopra le righe, politically 'scorrect' quanto basta per non essere zuccherino pur non avendo una natura viscerale...insomma se il fine è apprezzabile la cattedra dal quale è stato scritto è discutibile o quanto meno a me non piace, finale scontato incluso.
Il manufatto intellettuale degno di merito è quello universale nella sua portata, quello che arriva con i dovuti limiti del caso a chi lo legge se ha la quinta elementare o un master. Questo invece è frutto di una certa borghesia pensante che sa anche scrivere bene ma che sembra non volersi sporcare le mani di vita vera...magari lo fa ma a noi proietta solo il frutto della sua elaborazione, una sorta di postproduzione dell'anima.
Non vale il prezzo di copertina, nel modo più assoluto per quanto mi riguarda a meno che non serva per autocompiacersi delle proprie capacità di cogliere o meno certe sfumature sottili, piccoli squarci...ma per quello, visto il fine scarno e mediocramente autoreferenziale, io mi accontento della rubrica 'Nota le differenze' della settimana enigmistica che mi dà maggior gusto con minor fatica :P
Probabilmente sono orgogliosamente poco intellettuale io :P"
Mario- dal blog Gambetto nella Zuppa

domenica 3 ottobre 2010

Leggiamo insieme....Il libro di Ottobre è...



Lore Segal, Shakespeare's Kitchen
Cargo Edizioni
235 p.
17, 50 euro

Motivi
1. Il titolo, ovviamente. Dove c'è "cucina" c'è pane per i miei denti, musica per le mie orecchie, profumo per il mio olfatto e tranello per il mio portafoglio. Non ci sono ricette, però- e questo, al giorno d'oggi, è un pregio- ma solo un'ambientazione, uno scenario che fa da sfondo a tante vite che si incontrano qui, nella cucina degli Shakespeare, dove ognuno arriva con le proprie esperienze ed il proprio vissuto. Non una, quindi, ma tante storie- e quindi tanti spunti per la narrazione, la scrittura, la riflessione. Almeno in teoria.

2. La coralità del romanzo. Alcune di queste storie sono già state pubblicate, nel corso degli anni, sotto forma di racconti, ma la Segal, che pubblica un libro ogni vent'anni, perchè (la cito) "ci sono tanti modi di avvitarsi su se stessi", ha inteso farne un'opera nuova, senza nessun punto di sutura. Se ci sarà riuscita, lo scopriremo solo leggendo, ma il fatto che ci abbia impiegato più di quindici anni per inserire questi "prodotti finiti" in una prospettiva unitaria, segna un punto a favore di questa scelta. Almeno in teoria.

3. L'autrice. Lore Segal (classe 1928, ebrea viennese forzatamente trapiantata in Inghilterra prima e negli USA poi, senza più nè famiglia, nè patria) scrive poco ma bene. La sua opera principale è "Il suo primo americano", per cui la critica si è strappata i capelli e anche di questo ultimo libro dicono tutti un gran bene: finalista al Premio Pulitzer di quest'anno, pare abbia messo d'accordo critica e pubblico. Lei è una tipa tosta, di poche parole ma giuste, che non si fa problemi di politically correct senza essere nè sfacciata, nè fastidiosa, nè arrogante. "Credo nella malvagità come nella bontà", ha detto, e ha raccontato così bene i motivi per cui scrive, che a me è rimasta simpatica da subito. Anche qui, almeno in teoria

Ci vediamo il 25 ottobre, su menuturistico.
ciao
ale

giovedì 16 settembre 2010

Paul Collins- Al Paese dei Libri

Un salotto a due voci più una- la mia, quella di Mario e quella di Emmetì, che, ligia alle consegne, ha lasciato il suo commento nel post di presentazione di Al Paese dei Libri di Paul Collins: ve li leggete di fila, qui sotto, in attesa di tutti gli altri.
Ben ritrovati
Ale

Confesso: per i tre quarti del libro, non riuscivo a evitare di ripetermi che avevo per le mani qualcosa di delizioso. Delizioso, delizioso, assolutamente delizioso. Davvero, non trovavo un aggettivo più adatto a definire la natura di un romanzo come questo, che non chiedeva nient'altro, se non di essere assaporato, gustatao goduto fino all'ultimo, come si conviene ad un'opera scritta da chi sa scrivere e destinata a chi ama leggere, in modo estremo, incondizionato, assoluto. Tanto che tuttora, a lettura conclusa, non saprei neppure in quale genere incasellare questo libro, che ha come unico cardine non tanto una storia, quanto la eccelsa bravura del suo autore. Perchè è innegabile che Paul Collins sia uno scrittore di razza: la sua capacità di tenerti incollato alla parola, prima ancora che alla pagina, alla struttura della frase, alla costruzione della battuta ad effetto è così dirompente da travolgere tutto il resto, anche gli elementi fondanti della narrazione. Non a caso, questo è uno dei pochissimi libri che mi ha concesso il priivilegio di una lettura smozzicata, e pur sempre emozionante: nessuna paura di perdere il filo, nessun bisogno di carburare e di entrare in partita: bastano due righe di Paul Collins e il coinvolgimento è assicurato.
E però, c'è un limite, che probabilmente serpeggia sin dalle prime pagine ma che si manifesta in tutta la sua evidenza a tre quarti dell'opera, quando cioè si percepisce l'inconsistenza della storia. E' come se l'autore fosse rimasto prigioniero dei suoi meccanismi e fosse caduto nella sua stessa trappola, restando impantanato nella palude sterile della sua bravura. E così, alla fine, ci si inceppa, ci si annoia, ci si disinnamora. E al posto delle delizie, resta solo il rimpianto di un'occasione colta a metà. Peccato
Alessandra

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Premetto che faccio una certa fatica a leggere libri non scelti direttamente da me non da meno però sono un entusiasta sostenitore del caffè-libreria condotto da Alessandra di MT proprio per l'insita caratteristica che ha di farmi aprire a generi letterari e tematiche che non incontrano in prima battuta il mio consenso. Questo non è un punto a sfavore anzi la totale assenza di aspettative il più delle volte mi ha dimostrato quanto è sempre necessario confrontarsi con altro rifuggendo la 'sicura' solidità di autori a me certamente più cari.

Questo per dirvi in soldoni che ero partito davvero con le migliori intenzioni eppure Paul Collins non convince affatto.

Sia ben chiaro parliamo di un signor libro, scritto con stile e con forma accattivante ma al quale forse manca quell'ingrediente cardine che in modo naturale seleziona le pubblicazioni da dimenticatoio con quelle che invece contribuiscono a formarci (esteticamente, moralmente, ...) o anche solo a divertirci: la storia.
E' un libro senza spina dorsale. Hay-on-Wye è l'ennesima Disneyland da finanza creativa presa in prestito per farne il fulcro logistico (l'autore lì ha abitato davvero) di una serie di considerazioni "carine" ed a tratti anche argute ma che non bastano a sollevare le sorti di 216 pagine di stallo creativo.

In un articolo di Michele Serra o di Vittorio Zucconi di 20 righe troverete un maggiore quantitativo di spunti capaci di farvi sorridere mettendo in moto il cervello. Non a caso ho citato Zucconi che ha "scritto" l'america come nemmeno gli americani hanno saputo fare ma questa è una altra storia.

"E l'amore per la lettura invece dove lo metti?" Ecco, se per amore della lettura si intende quella di Collins e cioè prendere testi sorpassati per imparare dal "confronto" allora siamo miseramente solo un gradino sopra la rubrica "Strano ma vero" della Settimana Enigmistica. Un pò di anni fà il quotidiano il Mattino di Napoli ha pubblicato per qualche mese insieme al giornale le pagine complete dei primi numeri stampati nel 1892. Quelle (mie) letture di allora sono state caratterizzate dalla medesima curiosità che manifesta Collins nel suo continuo spulciare testi 'andati' che per quanto possa essere davvero interessante non va oltre una serie di constatazioni (per quanto intelligenti le sue e decisamente più scemotte le mie) francamente limitate.

Tralasciamo poi i punti per i quali si intuisce innegabilmente che l'amore per i libri altro non è che la ricerca dell'edizione rara. Qui siamo poco oltre il collezionista di bottiglie di vino del secolo precedente. Ci si affida all'odore delle muffe e certamente il fatto che si tratta di libri non eleva lo status di quello che in fondo resta solo un cercatore di rarità che rifugge dal presente per non scontrarsi con la realtà che ha ben altro spessore.

Non a caso la contemporaneità, letteraria e non, nel libro sembra quasi non esistere.

Per l'autore Hay-on-Wye è una piccola Las Vegas dell'anima mentre per occhi leggermente più distaccati è solo un insieme di luci al neon sfavillanti nel deserto economico dell'Inghilterra di inizio milennio, da plauso per inventiva ma non certo per altro.

"Al paese dei libri" non vale assolutamente il suo prezzo di copertina...ma come ben dice lo stesso autore non facilmente ad Hay-on-Wye si fanno affari! :)
Mario


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Molto a posteriori, lo so, ma è andata così, la mia estate...Questo libro mi è piaciuto per lo stile (giornalistico, direi..) ; quanto alla "storia" mah... oscillo tra un discreto entusiasmo ed una sensazione di occasione mancata .Altrettanto bibliofaga della nostra Raravis, venderei (quasi) tutto per vivere una simile avventura : sprofondare fisicamente in stanze piene di libri; aspirarne l'odore polberoso e vissuto.... Mi aspettavo di più, da uno che getta il cuore oltre l ostacolo e - seppur carico di gravami economici - coraggiosamente varca un oceano (anche mentale) e si tuffa nel più old dei vecchi villaggi inglesi. Tant'è che poi torna indietro, liquidando abbastanza frettolosamente - è quel che ho provato io, verso la fine del libro -un'esperienza più emotiva che vera, benché (e comunque) unica.
emmetidì

mercoledì 14 luglio 2010

... and the book is....


Ok, confesso: ho un po' barato. Giuro su tutti i tomi della biblioteca di Alessandria che l'ho fatto solo per spirito di altruismo e di sacrificio e che ero in assoluta buona fede, però ho barato sul serio, contravvenendo alla prima ed unica regola di questo appuntamento, che vuole che nessuno, a cominciare dalla sottoscritta, abbia la benchè minima conoscenza del libro da proporre: ma dopo che ho letto le prime righe di questo romanzo, ho iniziato a pensare che potesse essere perfetto per le nostre letture comuni: e quando sono arrivata a pagina venti, non ho più avuto dubbi: dobbiamo leggerlo tutti- e tutti insieme.

La casa editrice è la solita Adelphi, già abbondantemente lodata a suo tempo; l'autore, invece, non è mai stato citato, almeno qui sopra, visto che per me è un perfetto sconosciuto. A spingermi all'acquisto è stato il titolo, terribilmente seducente nella traduzione italiana (Il Paese dei libri perduti), assolutamente irresistibile nell'originale, quel Sixpence House*che, per chi ama la Gran Bretagna come me, non può che suscitare commozione e nostalgia.

La storia promette bene, anzi benissimo: Paul Collins è un giornalista inglese che vive a San Francisco con la moglie e il figlioletto e che sbanca il lunario come può, lavorando come free lance ed inventandosi di volta in volta articoli e spunti. Quando però ha inizio la storia, raccontata nel romanzo, il loro conto in banca è decisamente in rosso: e così, Paul decide di vendere tutto e far ritorno in Gran Bretagna, in Galles, questa volta, e precisamente ad Hay- on- Wye, cittadina tagliata fuori dai circuiti turistici e scoperta anni prima grazie ad una segnalazione della Lonely Planet che lo indicava come "la Mecca dei Bibliofili".
Tanto era bastato, ad un bibliofilo accanito come Paul, per fiondarcisi, senza pensarci due volte, e per tornarci a più riprese, inevitabilmente e irresistibilmente attratto dal richiamo dei libri. E così, quando le circostanze della vita gli impongono una sterzata, la decisione non si fa attendere: si torna in patria, ad Hay-on- Wye.

I coniugi Collins vengono accolti a braccia aperte dalla comunità che, nel frattempo, si è autoproclamata Principato Autonomo, in virtù della consapevolezza di una diversità che trae proprio dall'amore per i libri le sue radici: e sarà proprio il Principe in persona, il libraio più libraio di tutti, a commissionare a Paul il compito di frugare alla ricerca dei libri perduti: quelli che nessuno ha mai o più voluto, messi al bando dalle regole del mercato o dai gusti del pubblico e che si nascondono nei meandri degli scaffali delle librerie, di Hay-on-Wye e del resto del mondo. "una sorprendente meditazione sul valore dei libri nel tempo", recita la terza di copertina, che si interseca con le storie di tutti i girni, raccontate con garbo e finissimo sense of humor.

Vi sembra che potessi tenermelo per me, un libro del genere????
ci vediamo il 15 settembre, come al solito
ciao
ale

*per chi non lo sapesse, la moneta da sixpence è una moneta antichissima, predecimale, abolita nel 1971 quando il Regno Unito si convertì al sistema in uso in gran parte del resto del mondo. I Britannici, però, restano affezionati a questa monetina, che era quella che si nascondeva nel Christmas Pudding o che si metteva nella scarpa delle spose (something old, something new, something blue- and a sixpence in your shoe): tanto che oggi è diventato un portafortuna. Ad Edimburgo, sul Royal Mile, c'è un negozietto che ne ha fatto incetta, a suo tempo, e che fino all'ultima volta che ci sono stata, li vendeva: perchè produca i suoi effetti benefici, il sixpence deve essere regalato, per cui, visto che stiamo preparandoci a partire per la Scozia, suggerivo a mia figlia di portare tanti sixpences alle sue amiche: se qualcuno di voi si prenota, ne prendo qualcuno di più. Sempre che il tizio non abbia finito le scorte....


mercoledì 9 giugno 2010

... and the book is....


Se volete, vi dico che ho scelto questo libro per il titolo.
Oppure per la casa editrice
Oppure per la copertina
Oppure perchè il NY Times lo definisce "uno straordinario bestseller su cibo, amore e rapporto madre-figlia"
Però, non so se ci credereste: perchè il titolo è di quelli che mi fan venire l'orticaria, la casa editrice è sì fra le migliori che conosca, ma ogni tanto su 'sti titoli toppa alla grande (L'Ultimo Chef Cinese, Caffè Babilonia, La Maga delle Spezie, tanto per dire i primi tre che mi vengono in mente), e se c'è qualcosa di cui mi può fregà de meno, più ancora della copertina, è la recensione del niuyorktaims.
Perchè l'ho scelto, allora, vi starete chiedendo?
L'ho scelto solo perchè la protagonista si chiama Ringo.
Da lì in poi, è stato tutto un crescendo di battute idiote che, per il momento, sono rimaste nella mia testa ma che prima o poi usciranno tutte, magari nella sezione commenti, magari con firme diverse dalla mia. E così, non ho resistito.
Ragion per cui, il libro che leggiamo insieme questo mese è Il Ristorante dell'Amore Ritrovato, di Ito Ogawa.
La Ringo in questione è una giapponese che fa la cuoca in un ristorante turco a Tokio e che è findanzata con un indiano, che fa il maitre nel ristorante accanto al suo e che- ci avvisa la seconda di copertina- ha la pelle profumata di spezie. Quali, non è dato saperlo, anche perchè, prima ancora di riuscire ad individuarle, il baldo giovane scompare di scena, portandosi via anche la scenografia, dal mortaio alla pentola di Le Creuset. Se le avesse lasciato anche il coltello italiano, regalo del di lei ventesimo compleanno, probabilmente il romanzo sarebbe finito più o meno qui- solo il tempo di trovarlo e vendicare nel sangue la scomparsa dalla Le Creuset. Invece, va avanti, fino al piccolo villaggio giapponese dove la Ringo è nata e dove decide di tornare e dove aprirà il suo ristorante, che è quello che dà il titolo al libro e intorno a cui si intrecciano le storie dei vari avventori, dalla concubina al vecchio scorbutico, dalla innamorata respinta alla coppia gay.
Insomma, gli ingredienti perchè sia una vera boiata ci sono tutti: però, dopo esserci strappati le vene dai polsi con Isherwood e dopo aver tenuto sullo stomaco La Cena, per chissà ancora quanto tempo, due risate, stavolta, ce le possiamo anche fare, giusto? Anche perchè chi ve lo dice che non sia la solita prevenuta con la puzza sotto il naso- e magari questo romanzo sia un vero capolavoro?
Ci vediamo il 30 giugno, su menuturistico
ITO OGAWA
Il Ristorante dell'Amore Ritrovato
Neri Pozza Editore
15.00 euro

venerdì 28 maggio 2010

La Cena- Hermann Koch


Passare dall'ultima riga di un libro alla prima di un post non è sempre positivo, per chi lo deve recensire: non sempre, cioè, il flusso delle emozioni non ancora decantate è garanzia di un giudizio completo, equilibrato, rispettoso dell'opera e del sentire del lettore. E meno che mai lo è se il libro in questione è La Cena di Koch, che è un'opera devastante, sotto ogni aspetto: nel contenuto e nel messaggio, anzitutto, sorretti da una scrittura che, dalla metà del racconto in poi, si libera dela pesantezza di un ritmo lento e dispersivo, per ingranare la marcia forsennata e travolgente della follia. Non è un caso che , questa volta, abbia bisogno di un po' di tempo, prima di riprendermi da una lettura davvero sconvolgente, nel senso più vero del termine, dandovi appuntamento ai prossimi giorni, quando un maggiore distacco mi consentirà di guardare le cose con obiettività maggiore. Vi lascio però le prime due impressioni di Silvia e di Mapi, che danno entrambe la misura della potenza di un libro di spessore, che coinvolge e travolge e che non si dimenticherà facilmente.

Agghiacciante.
Ho letto solo un altro romanzo che ha avuto il potere di annichilirmi in questo modo: 'l'errore di Platini' di Recami.
E' agghiacciante la totale assenza di valori, di espressioni di emotività affettiva, la supremazia della superficialità del sembrare rispetto alla profondità dell'essere.
L'aspetto educativo, o meglio, l'assenza dell'aspetto educativo, è qui volutamente esasperata, ma ho paura sia ormai una quasi normalità: qualche anno fa, ad una riunione della 3a elementare frequentata da mia figlia, i genitori cui venne fatta presente l'eccessiva insolenza ed arroganza dei loro pargoletti, risposero orgogliosamente: "i nostri figli sono molto svegli e questa aggressività ne è l'inevitabile rovescio della medaglia" ...
C'è infine un aspetto-sorpresa che si rivela poco a poco: infatti fin dall'inizio il raccontare pacato e distaccato del protagonista narrante non fa per nulla presagire il suo carattere violento, ma solo alla fine, mettendo insieme tutti gli episodi, finché poi emergono anche esami genetici, si arriva alla possibilità della patologia mentale - forse si riferisce ad un disturbo bordeline di personalità?
Ma non è un'attenuante, perchè ben si capisce che lui stesso, col sostegno della moglie, ha sempre rifiutato di curarsi.
La moglie, apparentemente così dolce e paziente, si rivela la vera anima nera del gruppo, con un rapporto diabolicamente edipico con il figlio (è lei che dice 'in fondo era solo una barbona'...).
La conclusione è amara e ci predisporrebbe ad un pessimismo inevitabile.
Ma per me la domanda cruciale non deve essere:
Cosa avremmo fatto noi? come avremmo agito noi al posto di quei genitori?
Vorrei invece che chi legge questo libro arrivi a chiedersi: cosa possiamo fare noi per evitare una tale evoluzione del sistema famiglia-società...

silvia - piacenza


Mapi

"Comincio a postare qui il mio commento perché ho paura di perderlo; quando sarà aperto il thread di discussione, lo copierò anche lì.

Molto bello e forte questo libro dove nulla è come appare, che è un pugno nello stomaco e allo stesso tempo spinge a riflettere su se stessi, sui valori che si è tentato di trasmettere ai figli e sulla libertà dei figli medesimi, che a un certo punto fanno le loro scelte personali.
Fin dall’inizio la sensazione è strana: si percepisce uno strano distacco, un certo non so che di irreale, che si delinea e chiarisce a mano a mano che si prosegue con la lettura.

Il libro si apre con la citazione dell’incipit dell’Anna Karenina e l’accenno alla famiglia felice si ripete come un refrain lungo tutta la narrazione.

A fare da contrappunto alla storia vi è il menù del ristorante, dall’aperitivo alla mancia, con il Maître che è quasi la controfigura di Paul: quel suo dito mignolo che si avvicina fastidiosamente agli ingredienti che compongono le varie pietanze quasi fosse una lente d’ingrandimento, che li dettaglia ad uno ad uno rivelandone le incongruenze (olive del Peloponneso, olio dalla Sardegna e rosmarino olandese) senza riuscire a coglierne l’unità, richiama i flashback di Paul, che richiama alla memoria spezzoni del suo vissuto per cercare di capire come le cose siano potute giungere al punto a cui sono giunte. E come il Maître, neanche Paul riesce a trovare un nesso tra i vari spezzoni, che dia unità alla sua vita. Togliendo la lente d’ingrandimento che cerca di studiare il singolo episodio, quello che prevale è il vuoto (come il vuoto del piatto), un vuoto beffardo che sembra dirti “tanto lo so che non hai il coraggio di andare a fondo”.

Nulla è come appare: Serge, che sembrava egoisticamente preso dalla sua carriera politica, si rivela invece più corretto e morale degli altri, con la sua decisione di dimettersi; Babette, all’apparenza un’ambiziosa arrampicatrice che mira allo status di First Lady e che sembra avere adottato Beau per mere questioni di immagine, in realtà ama veramente il ragazzo. Claire, che sembrava la persona più equilibrata del quartetto, risulta la più ferocemente egoista, pronta a tutto pur di mantenere lo status quo, compresa la complicità nell’omicidio del nipote adottivo e l’attacco fisico al cognato. Paul è un personaggio stranito, smarrito, che cerca di raccapezzarsi tra i vari episodi della sua vita, in una evidente dissociazione della personalità che pensa alla sua vita come a una serie di episodi staccati e senza senso, a cui manca un filo conduttore. Il personaggio più coerente in assoluto è Michel, con i suoi occhi sinceri: soffre dello stesso disturbo del padre, ma non ha avuto un’educazione che cercasse di contrastare le sue tendenze violente e quindi tutti i suoi atti sono assolutamente logici e non gli creano nessun conflitto interiore.

Chiudendo il libro viene in mente l’opposto dell’incipit dell’Anna Karenina: “Tutte le famiglie infelici si assomigliano, ma ogni famiglia felice è felice a modo suo.”

E gli altri, cosa ne pensano?
Ale

martedì 27 aprile 2010

... and the book is....


Herman Koch, La Cena

"Troppo amore non fa bene ai figli... Un thriller senza respiro, dove nessuno è innocente" (Niccolò Ammaniti)

Questo è quello che recita la fascetta sulla copertina della copia che ho comprato l'altro giorno, subito sotto il giubilante "due edizioni in una settimana". Il che, su menuturistico, è di solito foriero di sventura, per cui confesso che ci ho pensato parecchio, prima di proporlo come testo da leggere insieme la prossima volta.
Poi, però, la curiosità ha avuto la meglio.
L'autore è Herman Koch, un giornalista olandese che già si era cimentato con qualche romanzo, senza mai neppure sfiorare il successo planetario di questa sua ultima fatica, calata come un fulmine nel mondo dell'editoria e dei libri in genere, a far razzia di una miriade di riconoscimenti, fra cui il Premio del Pubblico 2009. Da noi è uscito a gennaio di quest'anno e dopo una settimana era già alla seconda edizione, secondo un copione che si è pu ntualmente ripetuto in tutti i Paesi dove è stato pubblicato.
La cena del titolo è l'unità di tempo e di luogo in cui si svolge il romanzo: al tavolo di un ristorante stellato, in una non ben precisata località dell'Olanda, siedono due fratelli, con le rispettive mogli. Ben lungi dal trascorrere una serata di piacere, i quattro cercano di proteggere i loro figli, autori di un delitto atroce- e questo mentre si susseguono le portate, presentate da un maitre cerimonioso, ignaro di quello che i suoi commensali stanno decidendo.
L'argomento, è chiaro, è spinoso e finisce per coinvolgere tutti gli aspetti più biechi della nostra società: lo si intuisce dall'interrogativo della quarta di copertina, che si chiede di cosa siamo capaci per proteggere i nostri cari e fino a dove può spingersi la protezione dei genitori verso un figlio che ha commesso qualcosa di ingiustificabile, che potrà rovinare la sua vita per sempre.
Questo è, dunque, il fulcro su cui ruota l'intera storia, che si snoda per 286 pagine: mi è stato assicurato che, una volta ingranata la marcia della lettura, la storia scorre veloce e, alla fine, si sta col fiato sospeso, in attesa del colpo di scena che, vi preannuncio, ci sarà. Per cui, non starei a dilatare troppo i tempi del nostro appuntamento: il solito mese, potrebbe andar bene, cosa dite?
Intanto, eccovi gli estremi:
Herman Koch,
La Cena
Neri Pozza- Bloom
16 euro

Tre cose ancora:

la prima: sebbene non fosse nelle mie intenzioni riproporre un libro "tosto", non ho potuto fare diversamente. Rispetto a Un Uomo Solo è davvero tutt'altra cosa, ma proprio tutta:-tutta-tutta però, una lettura leggera non è, non tanto per lo stile, che scorre, quanto per le tematiche che affronta. Nello stesso tempo, mi sembrava una buona idea poterci confrontare, stavolta, con degli argomenti più attuali e più "aperti", in una società che da anni ha preso la china del dispregio dei propri valori. Per l'estate, prometto qualcosa di più lieve, compatibilmente con i limiti di una lettura comune: intendo dire che, per quanto io adori Nero Wolfe, non potrei mai proporlo come testo su cui discutere- e lo stesso vale per la Kinsella e le sue amiche, detto con tutto il rispetto di questo mondo e con tutti i loro libri impilati in libreria

la seconda: sono a rischio bidone anch'io. Questo era chiaro sin dagli inizi, ma lo ribadiamo qui: io non consiglio libri che ho già letto. Mi limito a sceglierli, tenendo conto di un tot di parametri, uno dei quali è quello appena detto e l'altro è la pubblicazione recente. Per il resto, è un salto nel buio pure per me. Mi è andata bene con Isherwood (che, per inciso, non è per niente il mio genere), può andarmi male con Koch e con i testi successivi. Mi auguro di no, ovviamente, ma le regole del gioco sono queste e a queste sto.

la terza: detesto gli incensamenti, meno che mai se ci sono di mezzo io, per cui non vi dirò mai che la scorsa notte è stato bellissimo:-)
Però, se avete il tempo e la pazienza di andarvi a rileggere il post di Un Uomo Solo, lo capirete da soli.
Non so come dirvi grazie.

Dito qui sotto, dai...
Ale




mercoledì 21 aprile 2010

Christopher Isherwood- Un Uomo Solo


Un Uomo Solo è un libro triste. Triste come può esserlo un libro che parla di un lutto, di un vivere sempre più stanco e affaticato, di un bagaglio di esperienze di cui si avverte il peso, man mano che ci si accorge della loro vanità. Non si diventa più saggi, ma soltanto più stupidi, svela al suo giovane alunno il vecchio professore, icona di una solitudine che Isherwood decide di raccontare con il bisturi, anzichè con la penna: la incide, la spolpa, la scarnifica, con lo sguardo lucido ed implacabile di chi vuole e sa andare fino in fondo, a tutti i costi.
E così, la solitudine di George va oltre il dato esistenziale della sua vedovanza, per diventare l'espressione di un rifiuto a tutto tondo che è poi il filo rosso che lega la storia e il suo protagonista al suo autore.
Come Isherwood, infatti, George è un omosessuale nell'America dei primi anni '60, emarginato da una società avvelenata dal conformismo, che si schiude cauta alla novità per ritrarsi impaurita di fronte alla diversità. E il vecchio professore non fa eccezione: è il diverso, l'uomo cattivo, quello che spaventa i bambini e che nessuno invita ai barbecue della domenica. Tuttavia, come Isherwood, anche George non si riconosce nei valori e nei parametri dell'ambiente in cui vive e che affronta, ogni giorno, assumendo la maschera del rispettabile professore che tutti si aspettano che sia. Emarginazione ed alienazione diventano quindi i due modi in cui si declina il dramma della solitudine di quest'uomo, sin dalle prime battute del racconto della giornata narrata nel romanzo: la casa in cui vive, isolata dalle altre e separata dalla strada da un ponte, è metafora del suo essere ai margini, mentre il luogo da cui egli osserva la vita del quartiere- la tazza del gabinetto- è la cifra del disprezzo del suo sguardo sul mondo.
E così, le 24 ore del giorno si srotolano in un moto sussultorio, con la solitudine a fare da basso continuo e tutto il resto a far da contrappunto- ora la rabbia, ora il dolore, ora il disincanto, ora gli accenti intimi e struggenti di una malinconia che si incarna nella quotidianità degli oggetti- in una partitura che Isherwood dirige con un distacco sofferto e, a tratti eccessivo. La paura di oltrepassare il limite della narrazione, per farsi travolgere da un vissuto di dolore e rabbia, c'è e si sente e mostra la corda laddove la ragione prevale sul cuore: ma quando invece è quest'ultimo a prendere il sopravvento, in questo magistrale equilibrio fra una materia che palpita ed uno stile che raggela, mantenersi impassibili è davvero difficile. Non foss'altro che per la grande lezione di stile.
A voi
Ale
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