di Alessandra
Giusto ieri mattina, laRoby si lamentava della sempre più diffusa tendenza di molte pubblicazioni di cucina a non svelare in modo chiaro le ricette, se non a proporle addirittura errate, come le è capitato con una pasta sablè che l'ha terribilmente delusa.
L'argomento mi sta particolarmente a cuore perchè, come ormai saprete io soffro di una incurabile dipendenza da tutto quanto fa cucina: attrezzatura, porcellane, posateria e, new entry dell'anno, le cavolate da blog. Non faccio in tempo a scorgerle all'orizzonte, reale o virtuale che sia, non fa differenza, e subito mi prende la frenesia del possesso, tanto che, fino a quando non le ho fatte mie, non quieto. Che poi le dimentichi nei meandri dei cassetti o neppure le tolga dalla confezione, è un'altra storia: ma finchè non hanno varcato la porta della mia cucina, non mi dò pace.
In tutto questo scenario, la carta stampata occupa un posto d'onore. Non che coincida precisamente con la logistica, perchè è finita n stireria, ma sta in una libreria su misura, dallo zoccolo al soffitto, in un ambiente che proprio piccolo piccolo non è. In più, a distanza di un anno e mezzo dal trasloco, quando ogni cosa era al suo posto e ne restava un tantino di più, sono di nuovo ai punti di prima, con riviste che spuntano da tutte le parti e libri in rigorosa doppia fila, fra raccoglitori, quaderni-quadernoni- quadernetti, scatole ikea colme di ritagli di giornali e via dicendo.
Il tutto, ovviamente, rigorosamente comprato. Non faccio i conti di quello che spendo ogni mese per questo genere di acquisti, perchè temo che mi vergognerei di me stessa. Ma, che mi vergogni o no, è innegabile che spenda e che pertanto, al pari di ogni compratore che si rispetti, io abbia il diritto di avere in cambio una merce adeguata al suo prezzo. Cosa che, in questo campo, sempre più spesso non è.
Siccome quando affronto questioni del genere, preferisco che a parlare siano i fatti, dall'archivio delle niusletter ne ho recuperata una proprio sull'argomento, scaturita dai miei soliti 5 minuti- e pertanto puntigliosa, rancorosa e pedante.
Non so a quale anno risalga, anche se ricordo bene la testata, visto che, da allora, non la compro più. Se non la riporto qui sopra è solo perchè ho già abbastanza rogne e soprattutto perchè le farei un torto, visto che è in buona compagnia: per cui, ho riportato solo le parti incriminate, ance se, se avete velleità da Sherlock Holmes, può essere che riusciate a trovarla. Se invece le vostre velleità si orientano più su San Tommaso, nulla vi vieta di sperimentare e, in caso di riuscita, di sbugiardarmi qua sopra: nessun problema a riconoscere di essermi sbagliata e a chiedere umilmente scusa. Ma solo sul buon esito del risultato finale, sia chiaro, su cui per altro non mi son pronunciata: ma, per il resto, rimango della mia idea: e ditemi un po', se non ho ragione...
Giusto ieri mattina, laRoby si lamentava della sempre più diffusa tendenza di molte pubblicazioni di cucina a non svelare in modo chiaro le ricette, se non a proporle addirittura errate, come le è capitato con una pasta sablè che l'ha terribilmente delusa.
L'argomento mi sta particolarmente a cuore perchè, come ormai saprete io soffro di una incurabile dipendenza da tutto quanto fa cucina: attrezzatura, porcellane, posateria e, new entry dell'anno, le cavolate da blog. Non faccio in tempo a scorgerle all'orizzonte, reale o virtuale che sia, non fa differenza, e subito mi prende la frenesia del possesso, tanto che, fino a quando non le ho fatte mie, non quieto. Che poi le dimentichi nei meandri dei cassetti o neppure le tolga dalla confezione, è un'altra storia: ma finchè non hanno varcato la porta della mia cucina, non mi dò pace.
In tutto questo scenario, la carta stampata occupa un posto d'onore. Non che coincida precisamente con la logistica, perchè è finita n stireria, ma sta in una libreria su misura, dallo zoccolo al soffitto, in un ambiente che proprio piccolo piccolo non è. In più, a distanza di un anno e mezzo dal trasloco, quando ogni cosa era al suo posto e ne restava un tantino di più, sono di nuovo ai punti di prima, con riviste che spuntano da tutte le parti e libri in rigorosa doppia fila, fra raccoglitori, quaderni-quadernoni- quadernetti, scatole ikea colme di ritagli di giornali e via dicendo.
Il tutto, ovviamente, rigorosamente comprato. Non faccio i conti di quello che spendo ogni mese per questo genere di acquisti, perchè temo che mi vergognerei di me stessa. Ma, che mi vergogni o no, è innegabile che spenda e che pertanto, al pari di ogni compratore che si rispetti, io abbia il diritto di avere in cambio una merce adeguata al suo prezzo. Cosa che, in questo campo, sempre più spesso non è.
Siccome quando affronto questioni del genere, preferisco che a parlare siano i fatti, dall'archivio delle niusletter ne ho recuperata una proprio sull'argomento, scaturita dai miei soliti 5 minuti- e pertanto puntigliosa, rancorosa e pedante.
Non so a quale anno risalga, anche se ricordo bene la testata, visto che, da allora, non la compro più. Se non la riporto qui sopra è solo perchè ho già abbastanza rogne e soprattutto perchè le farei un torto, visto che è in buona compagnia: per cui, ho riportato solo le parti incriminate, ance se, se avete velleità da Sherlock Holmes, può essere che riusciate a trovarla. Se invece le vostre velleità si orientano più su San Tommaso, nulla vi vieta di sperimentare e, in caso di riuscita, di sbugiardarmi qua sopra: nessun problema a riconoscere di essermi sbagliata e a chiedere umilmente scusa. Ma solo sul buon esito del risultato finale, sia chiaro, su cui per altro non mi son pronunciata: ma, per il resto, rimango della mia idea: e ditemi un po', se non ho ragione...
Tanto per ricollegarci ai miei piagnistei di qualche giorno fa sul de profundis per la cucina...
siccome sono due settimane che trascino le mie stanche membra, terreno prescelto di appuntamento di tutti i virus in circolazione , senza per questo avere fatto MAI DICO MAI un giorno di assenza in ufficio....
siccome oggi a Genova c'è una giornata stupenda, con panorami da cartolina e clima da tropici e io la santifico degnamente stirando un armadio di roba...
siccome siamo pure in Quaresima- la qual cosa mi ha sempre intristito, sarò liturgopatica...
ho deciso di consolarmi comprando l'ultimo numero di una rivista di cucina "per pochi eletti: una di quelle cose di nicchia, ultra patinate, con le ricette dai titoli altisonanti, gli clef fotografati fra coltelli e sguardi assassini, che il solo fatto di comprarla ti fa sentire un po' come loro, anche se le tue ricette si chiamano "pasta al pesto" o "scaloppine" o, quando proprio sei in vena "il tricolore sventola a Capri" , se ti arrangi con pomodori e mozzarella o " trasparenze di coscio di maiale in crosta di pane" , quando ti sbrighi con gli avanzi di prosciutto nel panino del giorno prima.
In ogni caso, mentre ero lì che fra petali di zenzero e pomodori datterini, gettavo alle ortiche le mie ultime certezze in fatto di biologia, ecco che, in mezzo a "trilogie di spade" (spero si riferisse al pesce) e composizioni di varie forme e taglie , mi imbatto in una volgarissima "torta di carote".
Giuro. "Torta di carote" e nient'altro: venire a vedere, per credere.
Nessuna salsaa nappare il piatto, nessun "cuore morbido", nessun vezzeggiativo stile " tortino" o " dolcetto" o "delizia". Tanto che, alla fine, mi è pure venuta voglia di prepararla.
Giuro. "Torta di carote" e nient'altro: venire a vedere, per credere.
Nessuna salsaa nappare il piatto, nessun "cuore morbido", nessun vezzeggiativo stile " tortino" o " dolcetto" o "delizia". Tanto che, alla fine, mi è pure venuta voglia di prepararla.
Piccola digressione: visto che ormai questa newsletter è una specie di confessionale virtuale, vi confiderò che le fonti del mio sapere culinario risalgono tutte al Manuale di Nonna Papera. Qui ci vorrebbe un minuto di silenzio, stile quello di ieri a Wimbledon, senza nemmeno l'applauso finale, perché Nonna Papera è tuttora uno dei miti incrollabili della mia vita. Secondo mio marito, ci somiglio pure, ma qui si aprirebbe il doloroso capitolo delle "perle ai porci" che è meglio chiudere subito. Tornando a bomba, nelle prime pagine del detto manuale, c'era scritto che, prima di cominciare a cucinare, si doveva leggere tutta quanta la ricetta, pena scenari da tregenda, tipo realizzare di non avere le uova per il soufflé o essere senza mozzarella per la pizza. Ligia al Magistero, ho iniziato a leggere, ed ecco qui le nefandezze che hanno scatenato l'ira funesta della sottoscritta:
Torta di carote
ingredienti per 4 persone : ( e già cominciamo bene. Chi fa una torta per 4 persone, alzi la mano, please... foodblogger escluse, aggiungo oggi, ma la rivista non era destinata a loro, posto che ci fossero già)
gr. 62 di mandorle
..............................................................
mezza bustina di vanillina
2 uova.
Ora, non è che ci voglia Einstein per capire che qui c'è qualcosa che non va, anzi: chi ha un minimo di nozioni culinarie, sa già che questa è una sonora presa per i fondelli. E ora vi spiego il perchè.
In Pasticceria- la P maiuscola è voluta- le dosature al grammo sono la prassi, anche se sono al limite del demenziale come 62 invece di 60: sappiamo tutti che la Pasticceria sta alla Cucina come la Farmacia sta alla Medicina, che è un'arte di precisione, che guai ad andare a occhio eccetera eccetera...ma allora mi pesi le uova, e che diamine!!! Lo sanno anche i bambini che in pasticceria - la p minuscola è voluta- si pesano tuorli e albumi, a maggior ragione al giorno d'oggi dove sotto la categoria "uovo di gallina" rientra ogni dimensione, da quelle tipo acino d'uva a quelle stile uovo di Pasqua! E invece no: 62 grammi di mandorle e 2 uova, sic et simpliciter.
E la vanillina?!? Sia chiaro: i talebani non abitano qui e in certi casi la uso e ringrazio che esista: ma la mia è una cucina senza pretese e se devo preparare qualcosa di più raffinato è implicito ricorrere alla bacca di vaniglia, anche per una pasticcera dilettante come me: ma leggere 'ste robe su una rivista di fascia alta e che se la tira ancora di più, grida vendetta al cospetto di Dio.
Sulla preparazione, lascio a voi i commenti: cottura a 170 per 40 minuti (una torta così piccola, ha tempo di bruciare e risorgere dalle ceneri almeno sette volte, in tutto quel tempo) e poi - udite udite IN FRIGO, per circa due ore.
Il tocco finale è la guarnizione con il ciuffo di prezzemolo, ma oramai è come sparare sulla Croce Rossa....
alla prossima
alessandra
E intanto, famose du spaghi....
Ennesima non ricetta, senza tante dosi, veloce, fatta ieri sera per placare gli appetiti post partita coi colleghi del marito e per colmare il vuoto di una "dispensa" del blog che ultimamente langue....
Per mio marito (2 persone un po' scarse)
100 g di spaghetti al nero di seppia (comprati in un raptus di follia, ma ormai son lì e tanto vale usarli)
Seppie (circa 4 hg, pulite)
Una quindicina di pomodorini
5 o 6 foglie di basilico
mezzo peperoncino
1 spicchio d'aglio
olio EVO
sale
brodo di pesce (facoltativo: io lo avevo e l'ho usato)
Pulire bene le seppie, lavarle e asgiugarle con carta da cucina. Passarle nell'olio caldo, salarle e portarle a cottura, coprendo a filo con acqua o brodo. I tempi dipendono dal tipo di seppia: quelle grosse, cuociono prima: in ogni caso, una ventina di minuti. Quando son tenere, son pronte. In ultimissimo, aggiunger ei pomodorini, tagliati in quarti o a metà. Io faccio così, perchè altrimenti si spappolano un po' e non mi piacciono, ma se preferite un sugo più rosso, aggiungeteli prima.
Cuocere al dente gli spaghetti, scolarli e farli saltare nella padella dove avete cotto il sugo, insieme a un po' di peperoncino. In ultimo, le foglie di basilico, tagliuzzate.
Finita lì.
Buona giornata
Alessandra
E intanto, famose du spaghi....
Ennesima non ricetta, senza tante dosi, veloce, fatta ieri sera per placare gli appetiti post partita coi colleghi del marito e per colmare il vuoto di una "dispensa" del blog che ultimamente langue....
Per mio marito (2 persone un po' scarse)
100 g di spaghetti al nero di seppia (comprati in un raptus di follia, ma ormai son lì e tanto vale usarli)
Seppie (circa 4 hg, pulite)
Una quindicina di pomodorini
5 o 6 foglie di basilico
mezzo peperoncino
1 spicchio d'aglio
olio EVO
sale
brodo di pesce (facoltativo: io lo avevo e l'ho usato)
Pulire bene le seppie, lavarle e asgiugarle con carta da cucina. Passarle nell'olio caldo, salarle e portarle a cottura, coprendo a filo con acqua o brodo. I tempi dipendono dal tipo di seppia: quelle grosse, cuociono prima: in ogni caso, una ventina di minuti. Quando son tenere, son pronte. In ultimissimo, aggiunger ei pomodorini, tagliati in quarti o a metà. Io faccio così, perchè altrimenti si spappolano un po' e non mi piacciono, ma se preferite un sugo più rosso, aggiungeteli prima.
Cuocere al dente gli spaghetti, scolarli e farli saltare nella padella dove avete cotto il sugo, insieme a un po' di peperoncino. In ultimo, le foglie di basilico, tagliuzzate.
Finita lì.
Buona giornata
Alessandra







