
Prendete tre quarti de Il Codice Da Vinci, aggiungeteci un quarto di Ken Follett (di cui, una buona metà, tratto da I Pilastri della Terra), unitevi un battage pubblicitario con i fiocchi ("il libro più atteso del 2009!!!") e un titolo giusto ed eccovi La Biblioteca dei Morti, opera prima - e temo non ultima- di quello "straordinario caso di self-made man" che va sotto il nome di Glenn Cooper.
Sarò sincera: prima di capire che avevo per le mani l'ennesima boiata made in USA, ci ho messo un po'. E questo per colpa della trama che, in effetti, scaturisce da una buona idea, anche per la concezione della forma narrativa del romanzo: una storia su tre livelli temporali, il cui disvelamento progressivo avviene per così dire in profondità, a mano a mano che il presente recupera quanto accaduto nel passato sempre meno prossimo e sempre più remoto. Per ovvi motivi non ve la sto qui a raccontare ma, fidatevi, lo spunto c'era.
Il problema, semmai, è tutto il resto, il che ci rimanda a quello che dicevamo qualche sera fa in merito agli scrittori improvvisati e che, nel caso in questione, si traduce nella concreta dimostrazione del principio per cui, in letteratura, l'importante non sia avere un'idea, quanto saperla sviluppare. Cosa che a Cooper non riesce.
Non riesce, anzitutto, nella capacità di gestire un materiale così complicato: lavorare su tre piani, per giunta così diversi l'uno dall'altro, è un'impresa così ardua che vi si può cimentare a cuor leggero solo chi non ha la minima percezione delle difficoltà che essa comporti. Non a caso, se non fosse per le diverse indicazioni cronologiche, a cui corrispondono diverse scenografie e personaggi con nomi differenti, non si avvertirebbe lo stacco del passaggio fra un'epoca e l'altra: il che, considerata la miriade di spunti, di angolazioni, di atmosfere proprie di ciascuno dei periodi scelti, inchioda l'autore al muro della sua incapacità: ancora una volta, raccontare non basta: è "saper" raccontare, quello che conta.
Anche la ricostruzione storica dei diversi periodi è un mezzo disastro: la parte più catastrofica è quella del dopoguerra (andatevi a leggere come vengono presentati Churchill e Truman), ma anche l'ambientazione medievale è stereotipata e avulsa da ogni contesto, una specie di Mulino Bianco Insanguinato, per capirci, alla faccia della laurea in Archeologia, e pure ad Harvard, vantata dall'autore nella terza di copertina. Cooper non se la cava bene nemmeno con le cose dei nostri giorni, visto come stravolge la funzione dell'Area 51, senza darne la benchè minima spiegazione. A scanso di equivoci, non è di uno scollamento fra trama e storia quello di cui si sta parlando, quanto piuttosto di un totale asservimento della storia alla trama: il che, a mio parere, è inaccettabile.
Paradossalmente, anche i personaggi sono scollati dalla trama: di nuovo, lo stereotipo prevale su qualsiasi abbozzo di ritratto psicologico e i luoghi comuni addirittura anticipano gli eventi: se è scontato che l'investigatore uomo e l'investigatore donna debbano innamorarsi, non è detto che ciò debba avvenire ex abrupto, a metà del libro, senza alcun preavviso se non una romantica ed eloquente palpatina sul sedere della protagonista (p. 190). L'abate buono, la badessa cattiva, l'agire spietato dei politici, ispirato solo alla ragion di stato, l'investigatore maledetto recuperato dalla brava ragazza che si nasconde sotto le mentite spoglie dell'investigatrice, l'indagine che redime, i cattivi dei servizi segreti, i bari al casino, i furti informatici, le sparatorie negli alberghi... devo andare avanti, o ne avete abbastanza già così?
Non mi soffermo sulla scrittura piatta, sulla povertà lessicale, sulla scarsa padronanza dei meccanismi di disvelamento, perchè non ho nè tempo nè voglia di parlarne oltre, da tanto sono palesi e, a loro modo, scontati.
Quello che scontato non è, invece, è stato il coinvolgimento della sottoscritta nella lettura di questo libro: che andava di pari passo con la consapevolezza di aver per le mani una emerita schifezza, ma che, tant'è, non è venuto meno fino a che non sono arrivata all'ultima riga.
Il che dimostra che, in letteratura, non è l'idea quella che conta- ma anche sì.
Alla prossima
Ale
Sarò sincera: prima di capire che avevo per le mani l'ennesima boiata made in USA, ci ho messo un po'. E questo per colpa della trama che, in effetti, scaturisce da una buona idea, anche per la concezione della forma narrativa del romanzo: una storia su tre livelli temporali, il cui disvelamento progressivo avviene per così dire in profondità, a mano a mano che il presente recupera quanto accaduto nel passato sempre meno prossimo e sempre più remoto. Per ovvi motivi non ve la sto qui a raccontare ma, fidatevi, lo spunto c'era.
Il problema, semmai, è tutto il resto, il che ci rimanda a quello che dicevamo qualche sera fa in merito agli scrittori improvvisati e che, nel caso in questione, si traduce nella concreta dimostrazione del principio per cui, in letteratura, l'importante non sia avere un'idea, quanto saperla sviluppare. Cosa che a Cooper non riesce.
Non riesce, anzitutto, nella capacità di gestire un materiale così complicato: lavorare su tre piani, per giunta così diversi l'uno dall'altro, è un'impresa così ardua che vi si può cimentare a cuor leggero solo chi non ha la minima percezione delle difficoltà che essa comporti. Non a caso, se non fosse per le diverse indicazioni cronologiche, a cui corrispondono diverse scenografie e personaggi con nomi differenti, non si avvertirebbe lo stacco del passaggio fra un'epoca e l'altra: il che, considerata la miriade di spunti, di angolazioni, di atmosfere proprie di ciascuno dei periodi scelti, inchioda l'autore al muro della sua incapacità: ancora una volta, raccontare non basta: è "saper" raccontare, quello che conta.
Anche la ricostruzione storica dei diversi periodi è un mezzo disastro: la parte più catastrofica è quella del dopoguerra (andatevi a leggere come vengono presentati Churchill e Truman), ma anche l'ambientazione medievale è stereotipata e avulsa da ogni contesto, una specie di Mulino Bianco Insanguinato, per capirci, alla faccia della laurea in Archeologia, e pure ad Harvard, vantata dall'autore nella terza di copertina. Cooper non se la cava bene nemmeno con le cose dei nostri giorni, visto come stravolge la funzione dell'Area 51, senza darne la benchè minima spiegazione. A scanso di equivoci, non è di uno scollamento fra trama e storia quello di cui si sta parlando, quanto piuttosto di un totale asservimento della storia alla trama: il che, a mio parere, è inaccettabile.
Paradossalmente, anche i personaggi sono scollati dalla trama: di nuovo, lo stereotipo prevale su qualsiasi abbozzo di ritratto psicologico e i luoghi comuni addirittura anticipano gli eventi: se è scontato che l'investigatore uomo e l'investigatore donna debbano innamorarsi, non è detto che ciò debba avvenire ex abrupto, a metà del libro, senza alcun preavviso se non una romantica ed eloquente palpatina sul sedere della protagonista (p. 190). L'abate buono, la badessa cattiva, l'agire spietato dei politici, ispirato solo alla ragion di stato, l'investigatore maledetto recuperato dalla brava ragazza che si nasconde sotto le mentite spoglie dell'investigatrice, l'indagine che redime, i cattivi dei servizi segreti, i bari al casino, i furti informatici, le sparatorie negli alberghi... devo andare avanti, o ne avete abbastanza già così?
Non mi soffermo sulla scrittura piatta, sulla povertà lessicale, sulla scarsa padronanza dei meccanismi di disvelamento, perchè non ho nè tempo nè voglia di parlarne oltre, da tanto sono palesi e, a loro modo, scontati.
Quello che scontato non è, invece, è stato il coinvolgimento della sottoscritta nella lettura di questo libro: che andava di pari passo con la consapevolezza di aver per le mani una emerita schifezza, ma che, tant'è, non è venuto meno fino a che non sono arrivata all'ultima riga.
Il che dimostra che, in letteratura, non è l'idea quella che conta- ma anche sì.
Alla prossima
Ale





















