
Agghiacciante.
Ho letto solo un altro romanzo che ha avuto il potere di annichilirmi in questo modo: 'l'errore di Platini' di Recami.
E' agghiacciante la totale assenza di valori, di espressioni di emotività affettiva, la supremazia della superficialità del sembrare rispetto alla profondità dell'essere.
L'aspetto educativo, o meglio, l'assenza dell'aspetto educativo, è qui volutamente esasperata, ma ho paura sia ormai una quasi normalità: qualche anno fa, ad una riunione della 3a elementare frequentata da mia figlia, i genitori cui venne fatta presente l'eccessiva insolenza ed arroganza dei loro pargoletti, risposero orgogliosamente: "i nostri figli sono molto svegli e questa aggressività ne è l'inevitabile rovescio della medaglia" ...
C'è infine un aspetto-sorpresa che si rivela poco a poco: infatti fin dall'inizio il raccontare pacato e distaccato del protagonista narrante non fa per nulla presagire il suo carattere violento, ma solo alla fine, mettendo insieme tutti gli episodi, finché poi emergono anche esami genetici, si arriva alla possibilità della patologia mentale - forse si riferisce ad un disturbo bordeline di personalità?
Ma non è un'attenuante, perchè ben si capisce che lui stesso, col sostegno della moglie, ha sempre rifiutato di curarsi.
La moglie, apparentemente così dolce e paziente, si rivela la vera anima nera del gruppo, con un rapporto diabolicamente edipico con il figlio (è lei che dice 'in fondo era solo una barbona'...).
La conclusione è amara e ci predisporrebbe ad un pessimismo inevitabile.
Ma per me la domanda cruciale non deve essere:
Cosa avremmo fatto noi? come avremmo agito noi al posto di quei genitori?
Vorrei invece che chi legge questo libro arrivi a chiedersi: cosa possiamo fare noi per evitare una tale evoluzione del sistema famiglia-società...
silvia - piacenza- Mapi
"Comincio a postare qui il mio commento perché ho paura di perderlo; quando sarà aperto il thread di discussione, lo copierò anche lì.
Molto bello e forte questo libro dove nulla è come appare, che è un pugno nello stomaco e allo stesso tempo spinge a riflettere su se stessi, sui valori che si è tentato di trasmettere ai figli e sulla libertà dei figli medesimi, che a un certo punto fanno le loro scelte personali.
Fin dall’inizio la sensazione è strana: si percepisce uno strano distacco, un certo non so che di irreale, che si delinea e chiarisce a mano a mano che si prosegue con la lettura.
Il libro si apre con la citazione dell’incipit dell’Anna Karenina e l’accenno alla famiglia felice si ripete come un refrain lungo tutta la narrazione.
A fare da contrappunto alla storia vi è il menù del ristorante, dall’aperitivo alla mancia, con il Maître che è quasi la controfigura di Paul: quel suo dito mignolo che si avvicina fastidiosamente agli ingredienti che compongono le varie pietanze quasi fosse una lente d’ingrandimento, che li dettaglia ad uno ad uno rivelandone le incongruenze (olive del Peloponneso, olio dalla Sardegna e rosmarino olandese) senza riuscire a coglierne l’unità, richiama i flashback di Paul, che richiama alla memoria spezzoni del suo vissuto per cercare di capire come le cose siano potute giungere al punto a cui sono giunte. E come il Maître, neanche Paul riesce a trovare un nesso tra i vari spezzoni, che dia unità alla sua vita. Togliendo la lente d’ingrandimento che cerca di studiare il singolo episodio, quello che prevale è il vuoto (come il vuoto del piatto), un vuoto beffardo che sembra dirti “tanto lo so che non hai il coraggio di andare a fondo”.
Nulla è come appare: Serge, che sembrava egoisticamente preso dalla sua carriera politica, si rivela invece più corretto e morale degli altri, con la sua decisione di dimettersi; Babette, all’apparenza un’ambiziosa arrampicatrice che mira allo status di First Lady e che sembra avere adottato Beau per mere questioni di immagine, in realtà ama veramente il ragazzo. Claire, che sembrava la persona più equilibrata del quartetto, risulta la più ferocemente egoista, pronta a tutto pur di mantenere lo status quo, compresa la complicità nell’omicidio del nipote adottivo e l’attacco fisico al cognato. Paul è un personaggio stranito, smarrito, che cerca di raccapezzarsi tra i vari episodi della sua vita, in una evidente dissociazione della personalità che pensa alla sua vita come a una serie di episodi staccati e senza senso, a cui manca un filo conduttore. Il personaggio più coerente in assoluto è Michel, con i suoi occhi sinceri: soffre dello stesso disturbo del padre, ma non ha avuto un’educazione che cercasse di contrastare le sue tendenze violente e quindi tutti i suoi atti sono assolutamente logici e non gli creano nessun conflitto interiore.
Chiudendo il libro viene in mente l’opposto dell’incipit dell’Anna Karenina: “Tutte le famiglie infelici si assomigliano, ma ogni famiglia felice è felice a modo suo.”
Ale













































