"Quasi nessuno ha potuto leggere finora questo straordinario romanzo perchè non appena uscito, nel 1990, fu subito ritirato dal suo editore, dopo la denuncia di uno degli imputati della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologma, e mai più ripubblicato". Così recita la quarta di copertina e così ribadisce nell'introduzione Loriano Macchiavelli che ricorda come questo romanzo facesse parte in origine di una trilogia dedicata ai grandi misteri d'Italia, scritta sotto lo pseudonimo di Jules Quicher. Strage fu il secondo romanzo, dopo quello dedicato alla tragedia di Ustica ed interruppe la serie: a seguito dell'immediata denuncia di uno degli imputati del processo, poi assolto, il libro venne ritirato dalle librerie e Macchiavelli si trovò a sua volta in Tribunale, con un'accusa da cui fu assolto un anno e mezzo dopo, anche alla luce dell'articolo 21 della Costituzione, che sancisce l'esercizio del diritto di cronaca e di critica. A questa motivazione, l'unica che l'autore riporta, in quanto da lui stesso ritenuta la più importante, fa subito seguito l'affermazione per cui tutto quello che staremo per leggere è opera di fantasia, "nient'altro che ipotesi di un romanziere, basate su alcuni dati emersi nel corso delle tante indagini dei magistrati e che io ho utilizzato per aumentare l'interesse dell'intrigo e rendere più credibile la vicenda. Anche il finale, è di pura invenzione". Ma poi, sul sito dell'Einaudi, corregge il tiro: " «È un libro di docufiction, scritto quando il concetto ancora non esisteva. I romanzieri da sempre lavorano con la fantasia sulla realtà. Io ho scelto una realtà dolorosa, misteriosa, inquietante. È un diritto dello scrittore svelare con la scrittura quel che viene tenuto nascosto dagli interessi e dai poteri. Quando pronunciò il suo celebre "io so", Pasolini questo intendeva. Non è significativo che un libro di fiction sia stato assolto per aver esercitato il diritto-dovere di cronaca?"
Superfluo aggiungere che a pagina 3 avevo voglia di prendere un mitra.
Poi, però, ho pensato, nell'ordine
1. che Macchiavelli è amico di Guccini
2. che anche se le avrò lette secoli fa, le storie di Sarti non mi erano dispiaciute
3. che il mio fegato non è ancora in condizione di reggere altri 21 euro buttati nella rumenta
e così ho preso fiato e ho iniziato a leggere.
E, come prevedevo, sono pure arrivata in fondo, e pure velocemente, rapita da una trama interessante, da una scrittura coinvolgente, da una disinvolta gestione dei tempi narrativi, da tutto quello che, per farla breve, fa di un romanzo un buon romanzo.
Il che ha lenito l'irritazione iniziale, ma solo fino a un certo punto: perchè l'ambiguità di fondo rimane e carica quest'opera di significati e di pregi che, onestamente, non ha.
Non ha senso, intanto, parlare di docufiction- quanto meno non nei termini in cui se ne parla qui. In primo luogo, voglio sperare che Machiavelli fosse distratto, laddove sostiene di essersi fatto interprete di un genere che prima non esisteva- perchè se fossi il signor Frederick Forsyth, autore di un capolavoro come Dossier Odessa (1972), probabilmente non la prenderei così bene, tanto per citare il primo caso che mi viene in mente. Senza contare che tutte le docufiction degne di questo nome o hanno sempre mantenuto un equilibrio fra la storia e la finzione oppure hanno delimitato con dei confini molto precisi la parte storica- e quindi documentata in modo oggettivo- da quella di fantasia.
Qui, invece, si fa una gran confusione fra piano della realtà e piano dell'invenzione, consegnando una storia marcatamente inficiata dalla fretta di arrivare a conclusioni che risultano giocoforza banali e prevedibili.
Ipotizzare che, dietro alla strage di Bologna, ci fosse una connivenza di poteri occulti- mafioso, politico e massone- il cui braccio armato fosse la banda della Magliana e il terrorismo, non è così semplice: è evidente che, all'epoca, la situazione fosse quella, ma da lì alla tesi del complotto ce ne passa. Intendo dire, che bisogna avere documenti, prove, riferimenti certi che suffraghino una parte delle nostre affermazioni: altrimenti, sono i soliti discorsi da bar.
Il punto debole della storia, quindi, è proprio questo: non la storia in sè, che, nella sua astoricità, funziona, ma la pretesa che essa sia sostenuta da una documentazione degna di questo nome.
Ed è un peccato: perchè la strage di Bologna è una piaga che ancora sanguina, nella memoria storica degli Italiani ed è, soprattutto, una pagina che non va dimenticata. Affidarne il ricordo ad una ricostruzione così romanzata e romanzesca, a personaggi stereotipati al limite dell'irritante, a conclusioni così superficiali e scontate, nella loro banalità, è un'occasione perduta, che si macchia a tratti anche di mancanza di rispetto per le vittime della strage e le loro famiglie.
E' un peccato, ripeto, perchè Machiavelli è un bravo scrittore e il suo coinvolgimento nella storia è sincero: ma il romanzo non è all'altezza della materia trattata, che impone serietà, delicatezza, rispetto. Altrimenti, è solo fiction: ma di quelle, ne facciamo a meno.
Alla prossima
Ale
Superfluo aggiungere che a pagina 3 avevo voglia di prendere un mitra.
Poi, però, ho pensato, nell'ordine
1. che Macchiavelli è amico di Guccini
2. che anche se le avrò lette secoli fa, le storie di Sarti non mi erano dispiaciute
3. che il mio fegato non è ancora in condizione di reggere altri 21 euro buttati nella rumenta
e così ho preso fiato e ho iniziato a leggere.
E, come prevedevo, sono pure arrivata in fondo, e pure velocemente, rapita da una trama interessante, da una scrittura coinvolgente, da una disinvolta gestione dei tempi narrativi, da tutto quello che, per farla breve, fa di un romanzo un buon romanzo.
Il che ha lenito l'irritazione iniziale, ma solo fino a un certo punto: perchè l'ambiguità di fondo rimane e carica quest'opera di significati e di pregi che, onestamente, non ha.
Non ha senso, intanto, parlare di docufiction- quanto meno non nei termini in cui se ne parla qui. In primo luogo, voglio sperare che Machiavelli fosse distratto, laddove sostiene di essersi fatto interprete di un genere che prima non esisteva- perchè se fossi il signor Frederick Forsyth, autore di un capolavoro come Dossier Odessa (1972), probabilmente non la prenderei così bene, tanto per citare il primo caso che mi viene in mente. Senza contare che tutte le docufiction degne di questo nome o hanno sempre mantenuto un equilibrio fra la storia e la finzione oppure hanno delimitato con dei confini molto precisi la parte storica- e quindi documentata in modo oggettivo- da quella di fantasia.
Qui, invece, si fa una gran confusione fra piano della realtà e piano dell'invenzione, consegnando una storia marcatamente inficiata dalla fretta di arrivare a conclusioni che risultano giocoforza banali e prevedibili.
Ipotizzare che, dietro alla strage di Bologna, ci fosse una connivenza di poteri occulti- mafioso, politico e massone- il cui braccio armato fosse la banda della Magliana e il terrorismo, non è così semplice: è evidente che, all'epoca, la situazione fosse quella, ma da lì alla tesi del complotto ce ne passa. Intendo dire, che bisogna avere documenti, prove, riferimenti certi che suffraghino una parte delle nostre affermazioni: altrimenti, sono i soliti discorsi da bar.
Il punto debole della storia, quindi, è proprio questo: non la storia in sè, che, nella sua astoricità, funziona, ma la pretesa che essa sia sostenuta da una documentazione degna di questo nome.
Ed è un peccato: perchè la strage di Bologna è una piaga che ancora sanguina, nella memoria storica degli Italiani ed è, soprattutto, una pagina che non va dimenticata. Affidarne il ricordo ad una ricostruzione così romanzata e romanzesca, a personaggi stereotipati al limite dell'irritante, a conclusioni così superficiali e scontate, nella loro banalità, è un'occasione perduta, che si macchia a tratti anche di mancanza di rispetto per le vittime della strage e le loro famiglie.
E' un peccato, ripeto, perchè Machiavelli è un bravo scrittore e il suo coinvolgimento nella storia è sincero: ma il romanzo non è all'altezza della materia trattata, che impone serietà, delicatezza, rispetto. Altrimenti, è solo fiction: ma di quelle, ne facciamo a meno.
Alla prossima
Ale
